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Le piante imparano dall’esperienza e memorizzano nel tempo

Stefano Mancuso (1) – scienziato, professore associato di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree nonché responsabile del LINV (Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale) dell’Università di Firenze – assieme ai ricercatori dell’University of Western Australia Monica Gagliano, Michael Renton e Martial Depczynski, ha sottoposto a stimoli di varia natura alcune piante di Mimosa pudica (2), un arbusto che, se stimolato, è in grado di chiudere le proprie foglie. La reazione di tale pianta, immediata è visibile senza l’ausilio di sofisticati microscopi, ha consentito agli studiosi di analizzare le risposte a diverse tipologie di sollecitazioni, sia innocue che pericolose, come il contatto con un insetto.

“Abbiamo addestrato le piante ad ignorare uno stimolo non pericoloso, come la caduta da un’altezza di 15 cm del vaso dove sono coltivate – spiega Mancuso – ripetendo più volte l’esperienza. Dopo alcune volte la pianta ha iniziato a “capire” e a non chiudere più le foglie, risparmiando energia”. “Inoltre – spiega sempre il ricercatore – abbiamo allevato le piante in due gruppi separati con disponibilità di luce differente e abbiamo osservato che quelle coltivate a livelli luminosi inferiori, con meno energia a disposizione, tendono ad apprendere più in fretta di quelle che ne hanno di più, comportandosi come se non volessero sprecare risorse”. “Le piante – precisa Mancuso – hanno anche mantenuto memoria delle esperienze fatte per oltre 40 giorni”.

Le conclusioni di questo studio, pubblicate sulla rivista scientifica Oecologia, dimostrano sia che le piante sono in grado di apprendere delle informazioni sia che sono in grado di memorizzare nel tempo le informazioni apprese.

La ricerca e le conclusioni a cui è giunta dimostra due concetti fondamentali per la sostenibilità ambientale, che sono la base concettuale di Bioimita e della bioimitazione:

  1. per sopravvivere in natura non è consentito sprecare energia: massima efficienza significa maggiori probabilità di vita duratura;
  2. in natura gli esseri viventi – comprese le piante – sono “progettati” e si sono evoluti per fare esperienza e per avere memoria di tale esperienza: questo garantisce maggiori probabilità di sopravvivenza perché, nei diversi comportamenti, si può tenere conto degli errori già commessi per non ripeterli.

La similitudine dei comportamenti umani con quelli dalla ricerca relativi all’apprendimento (anche) delle piante è molto evidente. Illusi dall’ubriacatura tecnologica pensiamo di essere invincibili e di essere in grado di poter risolvere con la tecnica (le macchine, l’elettronica o la biotecnologia) tutti i vari problemi che inevitabilmente ci si presentano. Invece, a mio avviso, ci dobbiamo comportare come la Mimosa pudica (e altre piante che non abbiamo ancora compreso): dobbiamo iniziare ad essere efficienti nel consumo dell’energia, in quanto scarsa; dobbiamo iniziare a fare veramente esperienza dagli errori del passato e utilizzare tale esperienza per operare rapidi cambiamenti dei nostri comportamenti.

Solo così – e attraverso l’applicazione delle altre pratiche di imitazione della natura – avremo più probabilità di superare le inevitabili avversità della vita e di garantirci un futuro di benessere e prosperità in armonia con ciò che ci circonda.

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(1) Stefano Mancuso, oltre ad essere un ottimo comunicatore e divulgatore scientifico, è anche uno dei fondatori della neurobiologia vegetale, una nuova disciplina che studia i segnali e la comunicazione delle piante a tutti i livelli di organizzazione biologica, dalle singole molecole alle comunità ecologiche. È autore di numerosi libri sulla comunicazione e sul comportamento dei vegetali.

(2) La Mimosa pudica è una piccola pianta di origine tropicale appartenente alla famiglia delle Mimosacee che deve il proprio nome alla sua capacità di rispondere a stimoli tattili o a vibrazioni richiudendo le foglie su se stesse. Per queste sue caratteristiche è stata a lungo oggetto di studi.

 

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