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Le luci e le ombre del 2016 per il WWF

WWF: luci e le ombre del 2016

Sull’onda del primo articolo del 2017: “Bioimita – Anno Quarto” riporto alcuni dati interessanti riguardanti l’ambiente e la sua tutela pubblicati alla fine dell’anno scorso da parte del WWF che ha fatto un bilancio delle cose fatte (e non fatte o fatte male) nel 2016. Come era intuibile cercando di ripercorrere mentalmente le notizie dei mesi passati, ne sono uscite più ombre che luci. Vediamo quali sono state…

Il 2016 ha segnato un traguardo importante per l’associazione ambientalista: l’anniversario dei 50 anni della fondazione di WWF Italia. Essa è stata celebrata sia da parte di papa Francesco che da parte delle massime cariche istituzionali del Paese che, per lo meno nel cerimoniale, hanno dimostrato interesse per i temi e i problemi che il WWF ha evidenziato in questi decenni di lotte e di azioni. In particolare si è discusso dell’Agenda 2030 dell’ONU per lo sviluppo sostenibile (1); della lotta ai cambiamenti climatici; della “Emergenza Mediterraneo” (antropizzazione della fascia costiera e sovrasfruttamento degli stock ittici); della necessità di dare il giusto valore al capitale naturale del Pianeta; della perdita di biodiversità (2).

Per quanto riguarda la politica italiana il WWF osserva, per il 2016, come le istituzioni del nostro Paese siano state capaci di contribuire agli impegni internazionali per la definizione di obiettivi globali ambiziosi sul cambiamento climatico e per la definizione di piani d’azione efficaci in attuazione delle Direttive europee sulla Natura. Purtroppo, dentro i confini nazionali, ci si attesta ancora su posizioni di retroguardia, come il referendum votato lo scorso 17 aprile sulla durata delle concessioni delle piattaforme offshore per estrarre combustibili fossili (petrolio e gas) e con riforme che, di fatto (nello smantellamento del Parco Naturale dello Stelvio) e delle norme vigenti (revisione della legge 394/1991, legge quadro sulle aree protette), depotenziano la tutela della natura indebolendo la governance delle aree protette e la loro vocazione alla tutela della biodiversità. Segnali poco incoraggianti giungono anche dal fronte della sostanziale cronicità dei crimini di natura, soprattutto il bracconaggio, che colpiscono in Italia ancora specie simbolo come lupi, orsi, uccelli rapaci e persino animali quasi scomparsi come gli ibis eremita. Sulla strategia nazionale di decarbonizzazione stiamo ancora muovendo i primi passi, mentre lo sviluppo delle energie rinnovabili o dei trasporti più sostenibili continuano ad essere una corsa ad ostacoli di scarsa cultura e burocrazia.

Il 2016 è stato un anno cruciale anche dal punto di vista della difesa della biodiversità del Pianeta. Sul fronte internazionale la notizia migliore è stata quella della istituzione, nell’oceano Meridionale che circonda l’Antartide, della più grande area protetta marina di sempre: 1,57 milioni di km quadrati (una superficie grande circa come 5 Italie) per proteggere mammiferi marini, pinguini, procellarie e gli ecosistemi più fragili e importanti del pianeta. Buone notizie anche per alcune specie minacciate: per la prima volta in 100 anni il numero delle tigri è in crescita (3.890 individui, erano 200 nel 2010), mentre un accordo internazionale ha costituito una importante vittoria per fermare il commercio illegale di pangolini, braccati per le loro squame, vendute a 600-1000 dollari al kg. Un nuovo regolamento fa poi segnare un passo in avanti per stroncare il commercio di avorio. Sono, infatti, centinaia di migliaia gli esemplari di elefante uccisi ogni anno, venduti come specialità gastronomiche o ridotti in preparati dalle indubbie qualità mediche. Anno positivo infine anche per il panda gigante – simbolo del WWF (e di tutte le specie minacciate) – declassato da una categoria di minaccia maggiore (endangered) ad una minore (vulnerabile). Le cattive notizie riguardanti la biodiversità però non mancano: quattro specie di grandi scimmie su sei sono ora in pericolo di estinzione e continuano le stragi di elefanti (ne abbiamo persi più di 100.000 in 10 anni).

Tornando all’Italia, in merito al consumo del suolo e alla manutenzione del territorio – tema caldo nella percezione dell’opinione pubblica italiana che vede continue colate di cemento e asfalto anche nei nostri paesaggi più belli – dopo 4 anni di continui tentennamenti da parte dei Governi che si sono succeduti, dalla fine del 2012 al 2016, il 12 maggio scorso è stato finalmente approvato in prima lettura alla Camera il disegno di legge sul consumo del suolo che, finalmente, tra gli aspetti positivi, stabilisce che il suolo è risorsa non rinnovabile e che debbano essere fissati obiettivi nazionali, regionali e locali per il contenimento del consumo del suolo e strumenti che favoriscano la rigenerazione urbana, cioè il riuso di aree già urbanizzate. Nel contempo, però, attraverso i soliti cavilli linguistici e normativi, le potenti lobby del cemento rischiano di ottenere l’obiettivo opposto: quello di fingere la difesa del suolo e invece favorire nuove edificazioni, sostanzialmente attraverso i cosiddetti compendi agricoli neorurali.

In buona sostanza la partita per garantire un prospero futuro ai nostri figli e alle nuove generazioni volge quasi alla fine e, purtroppo, la stiamo perdendo 2 a 0. La rimonta è possibile e deve essere sempre ricercata ma ci dobbiamo tutti rimboccare le maniche perché il gioco della squadra avversaria è spesso scorretto (le lobby) e gli arbitri (la politica) non sempre fischiano correttamente i falli.

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(1) Un nome a mio avviso orribile per parlare seriamente dei problemi ecologici – che per essere veramente efficaci devono rompere lo schema economico del consumismo legato in buona parte al concetto di “sviluppo” – ma comunque utile per iniziare a portare a galla la questione e farla conoscere un po’ a tutti.
(2) Il report del WWF “Living Planet Report 2016” riassume tutto il senso dell’urgenza che il WWF attribuisce alla difesa della biodiversità ricordando come, in meno di 5 anni (entro il 2020), il pianeta rischia di perdere il 67% della popolazione globale di specie vegetali e animali, mentre tra il 1970 e il 2012 le popolazioni globali di pesci, uccelli, mammiferi, anfibi e rettili si sono già ridotte del 58%, più della metà.

 

Perché rispettare l’ambiente non ci rende felici?

Il tema che desidero affrontare con questo articolo è molto complesso e spinoso perché, da qualunque parte lo si guardi, può presentare numerosi trabocchetti e può trascendere in considerazioni troppo personali, fortemente alterate dal proprio vissuto.

Cercando di essere il più aderente possibile ad una visione “scientifica” dell’argomento lo desidero affrontare lo stesso – esponendomi magari a critiche – in quanto ritengo sia essenziale per capire il perché non si riesca a fare un ulteriore passo in avanti verso una maggiore consapevolezza e verso comportamenti individuali e collettivi più virtuosi in tema di sostenibilità ambientale.

Il nocciolo della questione di Bioimita e della bioimitazione è un po’ tutto qui e allora non si può più far finta di nulla. Si tratta di capire se rispettare l’ambiente ci renda o meno felici.

La felicità è una condizione percettiva che deve innanzitutto essere distinta in due grandi gruppi: quella momentanea, che consiste nell’essere felici per un attimo, per un istante; quella duratura, che consiste nell’essere felici nel lungo periodo o per sempre, indipendentemente da quante felicità o infelicità momentanee si hanno.

Secondo autorevoli studiosi (1) che si sono cimentati a lungo sulla materia la felicità momentanea può essere raggiunta anche da stimoli molto semplici che attivano il cosiddetto “piacere emotivo” (es. mangiare un buon cioccolatino, assaporare un buon cibo, vedere un bel concerto, godere di uno splendido panorama, acquistare un oggetto, ecc.), mentre quella duratura – forse la potremmo definire “felicità autentica” – è slegata dai piaceri immediati ma è essenzialmente collegata, semplificando al massimo, ai seguenti fattori: la ricchezza, la costruzione di relazioni familiari, la limitazione delle esperienze negative e gli aspetti sociali (istruzione, razza, religione, sesso).

Vedendo questi aspetti un po’ più in dettaglio si osserva che il denaro rende felici fino ad un determinato reddito, quello che consente di avere una certa libertà economica e sociale. Poi incrementi ulteriori di soldi possono sì soddisfare la felicità momentanea ma non incidono su quella autentica e duratura. La costruzione di relazioni familiari in generale è molto importante per la felicità duratura, anche se avere cattivi rapporti con il partner abbassa enormemente le percezione della felicità autentica. Aver sperimentato poi molte emozioni negative durante l’infanzia e nella vita può incidere negativamente sulla felicità duratura anche se è possibile, attraverso esperienze positive e impegno personale, cambiare questa condizione. Infine gli aspetti sociali quali istruzione, razza, religione, sesso non hanno tutti il medesimo peso nella determinazione della felicità duratura, ma sono legati a condizioni estremamente variabili e non facilmente catalogabili.

Detto questo, dove si colloca la sostenibilità ambientale nella determinazione della felicità? Di sicuro non nella dimensione momentanea perché sono molto poche (forse nessuna) le persone che provano un intenso piacere e si emozionano nel fare bene la raccolta differenziata dei rifiuti oppure nell’uso dei mezzi pubblici al posto dell’auto privata per gli spostamenti urbani. Allora, se la sostenibilità ambientale potrebbe risiedere nella dimensione duratura della felicità, in quale ambito la possiamo collocare, se non tra i fattori sociali?

Da questo punto di vista mi sento di osservare, sia empiricamente sia analizzando gli studi statistici dell’ISTAT (2), che l’uomo, nella sua globalità, in generale è poco interessato ai fattori ambientali. Non che non gli interessano a priori. Ci pensa. Ma forse non li percepisce (ancora) importanti perché troppo complessi dal punto di vista tecnico e troppo lontani nella manifestazione dei loro effetti (non inquinare ora potrebbe impedire l’alterazione del clima tra 50-100 anni!). Spesso la felicità legata alle questioni ambientali è solo quella momentanea che ci fa appassionare alle sorti di un cane che viene maltrattato o all’inquinamento che attanaglia le nostre città e che annusiamo quando passeggiamo per le strade. Questa, però, non alimenta la vera sostenibilità ambientale perché quella importante è quella duratura che consiste, prima, nel capire il problema e, poi, nel cambiare i propri comportamenti per evitare il problema stesso.

In buona sostanza sono convinto che le questioni ambientali non incidano, se non di poco, sulla nostra felicità duratura e autentica. Purtoppo!

Sinceramente non riesco ad esprimere nessuna ricetta per poter cambiare questa percezione – che io, dopo molti sforzi intellettuali, in parte ho elaborato – ma mi rendo conto che il parlarne, il cominciare a prenderne consapevolezza, già può fornire lo stimolo perché le cose possano cambiare.

Ad avvalorare ciò vi è il fatto che chi studia la materia sostiene che i concetti di felicità e di benessere saranno i motori che condurranno il progresso verso la sostenibilità ambientale ma anche il contrario, cioè che la sostenibilità ambientale condurrà tutti verso un maggior benessere e maggiore felicità. Pertanto ci sia augura che i decisori politici e gestori dell’informazione siano in grado di cogliere queste opportunità e di operare affinché la percezione dei cittadini nei confronti della felicità contempli, oltre al denaro, alla sicurezza e alla salute, anche le problematiche dell’ambiente.

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(1) Martin E.P. Seligman è autore di La costruzione della felicità (Sperling 2009) e Imparare l’ottimismo (Giunti edizioni 1996). Tra gli innumerevoli studi condotti da svariate università importante è anche il World Happiness Report, un interessante documento ricco di dati sulla felicità provenienti da tutto il mondo.
(2) ISTAT “Noi Italia”

 

Personaggi | Pepe Mujica è Bioimita

José Alberto Mujica Cordano (Pepe), l’ex Presidente dell’Uruguay, sintetizza con una saggezza e una preparazione incredibili quello che cerco di dire io attraverso Bioimita. Io ci provo e spero di non perdermi. Lui, invece, è semplicemente un grande: lucido, preciso, saggio!

Senza troppi commenti inutili riporto allora integralmente una parte dell’intervista che gli ha fatto qualche giorno fa il quotidiano la Repubblica.

D: Si oppone alla globalizzazione?

R: “No, non è possibile. Sarebbe come essere contrari al fatto che agli uomini cresce la barba. Ma quella che abbiamo conosciuto finora è soltanto la globalizzazione dei mercati. Che ha come conseguenza la concentrazione di ricchezze sempre maggiori in pochissime mani. E questo è molto pericoloso. Genera una crisi di rappresentatività nelle nostre democrazie perché aumenta il numero degli esclusi. Se vivessimo in maniera saggia, i sette miliardi di persone nel mondo potrebbero avere tutto ciò di cui hanno bisogno. Il problema è che continuiamo a pensare come individui, o al massimo come Stati, e non come specie umana“.

D: Lei è ateo ma condivide molte idee con Papa Francesco, soprattutto la critica della società consumistica e del capitalismo selvaggio.

R: “La mia idea di felicità è soprattutto anticonsumistica. Hanno voluto convincerci che le cose non durano e ci spingono a cambiare ogni cosa il prima possibile. Sembra che siamo nati solo per consumare e, se non possiamo più farlo, soffriamo la povertà. Ma nella vita è più importante il tempo che possiamo dedicare a ciò che ci piace, ai nostri affetti e alla nostra libertà. E non quello in cui siamo costretti a guadagnare sempre di più per consumare sempre di più. Non faccio nessuna apologia della povertà, ma soltanto della sobrietà“.

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Video: Discorso del Presidente dell’Uruguay José Alberto Mujica Cordano, alla conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, tenutasi a Rio il 20 Giugno 2012.

 

Wake Up Call

Ho già scritto qualche tempo fa di Steve Cutts, genio inglese della computer animation che, con il video “Man”, aveva fatto luce in maniera molto dura ed efficace sulla potenza distruttiva dell’uomo.

Con il video”Wake Up Call”, che di Man in qualche modo è l’ideale prosecuzione, Steve Cutts desidera lanciare un monito sulle conseguenze negative che il consumismo sfrenato – soprattutto quello legato alla tecnologia a rapida obsolescenza – può avere sull’ambiente. Nei pochi minuti del video (dalle solite caratteristiche stilistiche molto essenziali) l’autore riesce, in una sintesi molto precisa, a parlare di sfruttamento eccessivo delle risorse minerarie, di sfruttamento dei lavoratori impegnati nel settore tecnologico, di rifiuti, di obsolescenza programmata, di consumismo e di salvaguardia dell’ambiente. E, in qualche modo, di stupidità dell’uomo.

Semplicemente geniale.

 

L’odore della morte

Lo avete mai provato? L’odore di morte è spaventoso e vomitevole. Un misto di sangue, urine, feci che impregna l’aria, ti entra nelle narici e si attacca per lungo tempo ai tuoi vestiti. Quando entri in un macello industriale, se ti avvicini all’area dell’uccisione dell’animale o alle fasi della catena di lavoro immediatamente successive e, in un rumore assordante dovuto alle urla delle povere bestie che “sentono” il patibolo, vieni investito da uno schizzo di sangue che sgorga dalla loro giugulare o che spilla dalle arterie dei loro arti che vengono recisi o del ventre che viene svuotato, capisci senza ombra di dubbio che cosa sia la morte.

Non quella di una zanzara, di una lucertola, di un microbo o di un pesce. Quella di un mammifero – il maiale, la mucca, il cavallo – che sente e vive quasi come te e che, spesso, hai accarezzato o fatto accarezzare ai tuoi figli sui pascoli o nelle stalle quando, con quel suo nasone buffo, ti si è avvicinato per sola curiosità o per scroccare un po’ di cibo.

L'odore della morte_02L’esperienza non è affatto piacevole e, almeno le prime volte, ti resta incollata nel cervello per qualche giorno. Poi, purtroppo, con il tempo ti ci abitui e ti scivola un po’ più addosso.

Quello che ora mi colpisce e ancora mi angustia quando vado in un macello industriale non è tanto il cadavere dell’animale appeso, le sue convulsioni appena viene sgozzato o le fasi dell’eviscerazione e dello squartamento quanto, piuttosto, gli scarti e i rifiuti delle lavorazioni [vedi foto]. Se la carne inizia subito un processo che la porta ad essere lavata, controllata e igienicamente sicura (quindi, permettetemi il termine, “bella”) i rifiuti, invece, manifestano in tutto il loro ribrezzo che cosa sia la morte a livello industriale. In gran parte finiscono, convogliati da nastri trasportatori, verso cassoni o trituratori che ne fanno una poltiglia informe e viscida che mi richiama conati di vomito ogni volta che la vedo. In minima parte i rifiuti della macellazione – e anche questo non mi piace proprio – finiscono sparsi sulla pavimentazione a dimostrazione che la sacralità della vita, quella che esiste in forma rituale in gran parte delle tradizioni e delle religioni, nel sistema del cibo industriale, non esiste. Tutto – dico tutto – è semplicemente o “merce” o “rifiuto”, o “tempo” o “redditività”. E, alla fine, soldi!

L'odore della morte_04Al di là di quello che provo quando frequento i macelli industriali io non sono totalmente contro la carne. Sono convinto che, nell’ultima fase evolutiva del suo percorso terrestre, l’uomo sia “diventato” anche carnivoro (1) e che l’assunzione della giusta dose di proteine animali non sia così deleteria per la salute. Ovviamente i quantitativi da consumare devono essere molto bassi, radi nella loro frequenza e quel poco che viene mangiato deve possedere una dimensione etica (la tipologia di allevamento, il cibo e la macellazione) e deve essere di enorme qualità. Quello che però non concepisco è il fatto che la carne – soprattutto quella di bassa qualità – sia entrata di prepotenza nel nostro immaginario e sia oramai diventata l’alimento ubiquitario e quotidiano dei nostri pasti. Questo mi fa comprendere quanto siamo scarsamente interessati (o quanto siamo scarsamente informati) sia all’etica nel trattamento degli animali sia alla nostra salute e alle sorti del pianeta che abitiamo che, a poco a poco, per far posto agli allevamenti in batteria e alle coltivazioni che garantiscono cibo agli animali, depauperiamo della sua biodiversità e alteriamo nei suoi equilibri chimici.

L'odore della morte_05Sono comunque convinto che non sia necessario bandire totalmente la carne dalla dieta per compiere delle azioni sostenibili dal punto di vista ambientale. Per ottenere questo importantissimo risultato è sufficiente (ri)acquisire semplicemente una sorta di rispetto per l’animale che ci dona la vita perché tutto il resto – eliminazione degli allevamenti intensivi, delle violenze e limitazione delle problematiche legate alla salute – verrà poi di conseguenza. Ne sono certo!

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(1) Per approfondire il tema consiglio la lettura del libro La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo (1967) di Desmond Morris. Ne vale la pena.

 

Basta solo cambiare prospettiva e…

L’uomo si è arrogato unilateralmente il ruolo di essere dominante del Pianeta, sia su tutti gli altri animali che sulle piante. Questo atteggiamento non si basa su una reale e oggettiva nostra supremazia perché, rispetto a loro, non siamo ne migliori ne più intelligenti (l’intelligenza è un concetto relativo che commisuriamo solo alla nostra capacità logica e analitica). Siamo solo più aggressivi, spregiudicati e opportunisti!

Per comprendere gran parte degli errori che commettiamo nei nostri rapporti con gli animali e per capire l’inutile cattiveria che spesso abbiamo nei loro confronti e che produce un mare di sofferenza, è sufficiente tentare di cambiare solo la prospettiva.

Per farlo riporto una serie di illustrazioni di differenti autori che, con durezza e senza filtri, ci costringono a guardare in faccia la cruda realtà senza alibi. Ecco allora il rinoceronte che, da vivo, taglia il naso ad un uomo. Oppure l’aragosta che mette un neonato vivo in acqua bollente e si lamenta delle urla. Oppure ancora l’uccello che tiene un uomo in gabbia per il canto.

Da vedere. E meditare…

ATTENZIONE: Alcune immagini sono molto forti e potrebbero urtare la vostra sensibilità

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Fonte: greenme.it

 

Il padrone della festa

Voglio che le cariche importanti / dove si decide per il mondo / vengano assegnate solo a donne madri di figli.
Sarei così curioso di vedere / se all’interno delle loro decisioni / riuscirebbero a scordarsi il loro futuro.
Il tetto delle nostre aspettative / è così basso che si potrebbe anche toccare, / la vita media di una prospettiva / è una campagna elettorale.
”Ambiente” non è solo un’atmosfera, / una rogna nelle mani di chi resta / e il sasso su cui poggia il nostro culo / è il padrone della festa.
Dicono che fossero giganti, / i primi uomini che camminavano sul mondo / per questo forse allora di errori così grandi non c’era bisogno, / no non c’era bisogno di sacrificarci a un dio di poche lire / pagarlo col silenzio perché / si deve progredire ma / è come un albero che cresce nella direzione opposta: / le radici perse in aria e la testa nascosta.
Invece ciò che ti riguarda mi riguarda, / come ciò che lo riguarda, / ti riguarda.
Se siamo ammanettati tutti insieme alla stessa bomba.
Ora per ora per ora, un passo alla volta / uno per uno per uno fino alla svolta / ora per ora per ora, un passo alla volta / uno per uno per uno fino alla svolta / perché il sasso su cui poggia il nostro culo / è il padrone della festa.

Nell’album “Il padrone della festa” di Fabi-Silvestri-Gazzè, la bellissima canzone omonima racconta di quanto la politica e il profitto, in un abbraccio mortale, siano responsabili della grave crisi ambientale che l’uomo sta attualmente vivendo. Ignari – per ignoranza, ma più spesso per cinismo – che, nonostante tutto il loro potere o tutta la loro ricchezza, siamo comunque tutti ammanettati alla stessa bomba e che l’unico vero padrone della festa è quel sasso su cui poggia il nostro culo!

Immagini sublimi che esprimono con lucido dolore quanto stupidi siamo. Ma anche sane illusioni che, passo dopo passo, uno dietro l’altro, con consapevolezza potremmo anche giungere ad una svolta.

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Le 15 abitudini alimentari che fanno bene alla salute e all’ambiente

Dan Buettner, giornalista del New York Times, in un progetto sviluppato con il National Geographic ha studiato le popolazioni più longeve della Terra per capire quali possano essere gli alimenti che esse hanno in comune e che contribuiscono a farle invecchiare a lungo mantenendo un generale buono stato di salute. Tali popolazioni vivono nelle cosiddette Blue Zones, le cinque aree del pianeta dove vi è la più alta concentrazione di centenari. Esse sono: Okinawa in Giappone; Loma Linda in California; Ikaria in Grecia; la Penisola di Nycoia in Costarica e l’Ogliastra, in Sardegna.

Quello che è emerso dallo studio è che, al di là delle piccole particolarità alimentari di ciascuna area geografica, tutte le Blue Zones sono accumunate da 15 abitudini alimentari che possono essere considerate gli ingredienti di base per una vita lunga e sana, che non necessità di diete ipocaloriche, di particolari integrazioni vitaminiche o di ampio uso di medicinali.

Al di là delle spiegazioni biochimiche e nutrizionistiche di tali pratiche quello che desidero fare è analizzarle anche dal punto di vista della loro sostenibilità ambientale, perché salute e longevità sono anche collegate a cibo sano e ad ambiente non inquinato. È significativo il fatto infatti che le Blue Zones non si trovino in grandi aree industriali e nemmeno in grandi agglomerati urbani, ma siano ubicate in zone dove vi è una forte naturalità.

Questi 15 abitudini alimentari, a cui anche tutti noi dovremmo attenerci scrupolosamente sono:

  1. Il 95% di quello che si mangia deve provenire da piante – L’impatto ambientale della coltivazione dei vegetali è decisamente più basso rispetto a quello di produzione della carne. Inoltre buona parte dei vegetali buoni è spontaneo e più che di coltivazioni su larga scala necessita di conoscenza, di frequentazione e rispetto per la natura in modo tale che possa dare con continuità, nel tempo, i suoi frutti.
  2. Carne: non più di due volte a settimana – La carne, oltre ad avere un forte impatto ambientale nelle fasi dell’allevamento e del trattamento industriale fa anche abbastanza male alla salute, soprattutto quando è cotta alla brace. Tra le poche carni consumate devono poi essere preferite quelle che vengono prodotte a livello familiare e locale, dove gli animali sono liberi di muoversi e di pascolare. E ciò è decisamente più positivo per l’ambiente e per il benessere degli animali rispetto agli allevamenti industriali.
  3. Consumare fino a 85 grammi di pesce al giorno – Anche se consumare pesce in grandi quantità impoverisce gli oceani e ne depaupera gli stock ittici, è da dire che quello che fa meglio alla salute è il cosiddetto pesce azzurro, pesce di piccola taglia che è alla base della catena alimentare del mare e che è presente in grandi quantità nello stesso.
  4. Ridurre il consumo di latticini e formaggi – La produzione dei latticini e dei formaggi, soprattutto quelli di mucca, è normalmente legata ad allevamenti intensivi che hanno un enorme impatto sull’ambiente. Si pensi solo che per produrre 4 litri di latte sono necessari circa 3000 litri d’acqua.
  5. Mangiare fino a tre uova a settimana.
  6. Legumi cotti ogni giorno (almeno mezza tazza) – I legumi, oltre ad essere un toccasana per la salute, sono anche importanti per l’ambiente perché si tratta di piante azotofissatrici che, se alternate ad altre coltivazioni, possono migliorare la fertilizzazione dei terreni e limitare l’uso di fertilizzanti aggiunti.
  7. Passare alla “pasta madre” o alla farina di grano integrale – La “pasta madre” deriva da un processo fermentativo ed è legata ad un rapporto collaborativo tra noi e i batteri che la determinano. Questo è positivo per l’ambiente perché più vi sono rapporti collaborativi tra i diversi esseri viventi della Terra, più li impariamo a rispettare e più ci impegniamo a tutelarli. Inoltre la farina di grano integrale, proprio perché costituita da varietà diverse di cereali, ci insegna a capire e a preservare la biodiversità che il mondo industriale, omologato, invece non fa.
  8. Tagliare il consumo di zucchero.
  9. Come snack mangiare due manciate di noci – Consumare frutta secca al posto di cibi industriali processati come snack ci riporta alle nostre lontani origini di scimmioni raccoglitori che consumano grandi varietà di cibi diversi piuttosto che numerosi prodotti industriali fatti di pochi e soliti ingredienti.
  10. Attenersi a cibi riconoscibili per ciò che sono – Consumare interamente cibi riconoscibili significa due cose: imparare a non buttare via nulla dei cibi e a trarre benefici da tutte le loro componenti  (bucce, noccioli, ecc.) che nel sistema industriale sono scarti; imparare a consumare cibi semplici, poco processati. Entrambi gli aspetti sono molto positivi per l’ambiente.
  11. Aumentare l’introito di acqua – L’acqua, soprattutto quella dolce non contaminata, è una fonte preziosa sia per la vita che per l’ambiente. Consumarla “al naturale” (dal rubinetto di casa, non imbottigliata e semplice, senza aromi o anidride carbonica) ci aiuta a capirne l’importanza e preservarla meglio.
  12. Se proprio si desidera bere alcol, almeno bere vino rosso.
  13. Bere tè verde.
  14. Caffeina? Solo dal caffè.
  15. Un perfetto equilibrio tra le proteine – Per assumere la giusta quantità e il giusto valore di proteine è necessario unire insieme legumi, cereali, noci e verdure. Questo ci aiuta a comprendere con maggiore chiarezza l’importanza della varietà e della (bio)diversità.

Queste 15 buone abitudini alimentari – al di là delle Blue Zones e dei centenari che le abitano i quali possono avere anche una predisposizione genetica alla longevità – ci insegnano che tutto è strettamente interconnesso. Salute, longevità e sostenibilità ambientale sono elementi fortemente collegati tra loro che dimostrano una cosa molto semplice: noi proveniamo, attraverso l’evoluzione, dalla natura e solamente attraverso essa – la sua comprensione, la sua imitazione e il suo rispetto – possiamo sperare di avere salute e benessere.

Tutto il resto è pura illusione.

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Fonte: Corriere della Sera

 

Trivella SI, trivella NO, se famo du spaghi

Trivella SI, trivella NO, se famo du spaghi!?”.

Parafrasando la bellissima canzone La Terra dei Cachi di Elio e le Storie Tese (1) vorrei esprimere anche la mia modesta opinione, nel mare magnum dell’informazione, sul referendum del prossimo 17 aprile – il primo chiesto dalle Regioni – relativo ad un aspetto piuttosto tecnico riguardante il fatto se i permessi per estrarre idrocarburi in mare, entro 12 miglia dalla costa, debbano durare fino all’esaurimento del giacimento (come avviene ora) oppure fino alla fine della concessione. In pratica se il referendum dovesse avere una prevalenza di si (oltre al superamento del quorum del 50% degli aventi diritto), le piattaforme presenti in mare a meno di 12 miglia dalla costa dovranno essere smantellate una volta scaduta la concessione o quest’ultima dovrà essere rinegoziata.

Lasciando perdere le tristi vicende giudiziarie di queste ultime settimane che hanno presumibilmente collegato ministri, fidanzati dei ministri, speculatori, compagnie petrolifere e investimenti pubblici a episodi di (solita) malapolitica e di (solito) malaffare, vorrei concentrarmi invece su alcuni aspetti tecnici che possano far ben comprendere come le situazioni che si verificherebbero con la vittoria dei no o dell’astensionismo (quelle a esaurimento del giacimento) non servano né all’Italia né agli italiani. Anzi.

Innanzitutto è da dire che inevitabilmente estrarre olio fossile o metano dal mare potenzialmente inquina, in vario modo, lo stesso, i suoi abitanti e coloro che lo frequentano saltuariamente per svago e per sport (cioè noi). Tale inquinamento è senza dubbio più elevato quando si estrae petrolio e nelle aree vicine alle piattaforme, ma si può anche diffondere fino a raggiungere le rive e i fondali. Inoltre vi possono anche essere gravi incidenti che possono compromettere con abbondanti fenomeni di inquinamento enormi aree di mare e di coste.

In secondo luogo è importante osservare che gran parte delle piattaforme entro le 12 miglia (92 in totale) estraggono soprattutto metano. Secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico nel 2015 queste piattaforme hanno contribuito al 28,1% della produzione nazionale di gas e al 10% di quella petrolifera. In relazione all’entità dei consumi nazionali di tali idrocarburi e dal momento che una parte delle concessioni è attribuita ad aziende straniere, tali percentuali crollano fino ad arrivare a soddisfare fra il 3 e il 4 per cento dei consumi nazionali di gas e l’1 per cento di quelli di petrolio. Un’inezia! L’Italia quindi è fortemente dipendente dalle importazioni estere e le nostre piattaforme fanno ben poco per i nostri consumi. A mio avviso forse sarebbe meglio che le esigue disponibilità nazionali di idrocarburi [si veda il grafico n. 2] fossero tenute a riserva per fronteggiare eventuali crisi mondiali (energetiche e non) future, che potrebbero essere molto probabili.

Dal quadro di cui sopra si evince che l’unica vera strada da percorrere in ambito energetico – strada che hanno ad esempio percorso paesi come la Norvegia, molto più dotati di idrocarburi rispetto all’Italia – è solo quella di investire nelle energie rinnovabili. Purtroppo l’impulso positivo verso questo settore (che, in termini netti, necessita di più manodopera impiegata) iniziato negli anni passati con gli incentivi e che aveva visto l’Italia essere all’avanguardia a livello mondiale, per colpa di decisioni politiche sbagliate si sta esaurendo e i risultati sono, a partire dal 2014, quelli di una netta diminuzione della produzione [si veda il grafico n. 1]. Secondo quanto osserva il GSE (Gestore dei Servizi Energetici) nel 2015 le cosiddette fonti alternative hanno contribuito a soddisfare il 17,3% dei consumi nazionali di energia. E il dato è in costante aumento se si pensa che nel 2004 la quota rinnovabile di energia era solo del 6,3%.

Alla luce di tutto questo mi sembra che non ci siano dubbi: al referendum del prossimo 17 aprile l’unica soluzione praticabile è quella di VOTARE SI.

01_Energia elettrica da FR e da gas metano

02_Produzione ed importazione di gas e petrolio in Italia

03_Produzione gas italiano da piattaforme marine

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(1) La canzone, per chi la conosce, sintetizza bene quello che sta succedendo intorno al referendum del prossimo 17 aprile. Si tratta del solito mix a cui noi italiani siamo ben abituati – al di là del colore politico di chi governa – di ipocrisia, di qualunquismo, di ignoranza e di malaffare. La Terra dei Cachi, insomma, dove “Italia si’ Italia no Italia gnamme, se famo du spaghi. / Italia sob Italia prot, la terra dei cachi. / Una pizza in compagnia, una pizza da solo; / Un totale di due pizze e l’Italia e’ questa qua…”.
Fonte: L’Espresso; Legambiente; Marco Pagani (grafici)

 

Giornate ecologiche. Ma per piacere!

Il fallimento delle giornate ecologiche che, soprattutto durante il periodo invernale, periodicamente vengono messe in campo un po’ a casaccio per contrastare il fenomeno tristemente reale dello smog nelle nostre città dimostra due importanti aspetti:

  • il fenomeno dell’inquinamento non si può contrastare solamente attraverso comportamenti virtuosi collettivi messi in pratica dai cittadini;
  • i principi della bioimitazione sono corretti e vanno assolutamente perseguiti per la ricerca delle soluzioni.

Ma andiamo con ordine e cerchiamo di approfondire i punti di cui sopra.

Contrastare l’inquinamento dell’aria, che interessa in particolare alcune aree geografiche (ad es. la Pianura Padana) e comunque, chi più chi meno, tutti i centri abitati, è un dovere assoluto perché – secondo studi recenti pubblicati da parte dell’Agenzia Europea dell’Ambiente – determina poco meno di 500 mila morti premature all’anno in Europa e circa 85 mila solo in Italia. A tale riguardo ciò che la politica sa mettere in campo per contrastare tale fenomeno è solo cercare di educare i cittadini ad avere singolarmente dei comportamenti virtuosi – cosa assolutamente inefficace di cui ho già parlato in un altro articolo – attraverso l’istituzione delle cosiddette giornate ecologiche, cioè giornate in cui i centri urbani sono interdetti alla circolazione delle auto, oppure di altre azioni palliative come la giornata delle biciclette o la circolazione a targhe alterne. Ma la politica non deve fare educazione, a questo ci pensa già la letteratura, l’arte, la radio, la televisione. La politica deve trovare soluzioni concrete e queste risiedono solamente nei finanziamenti a sistemi di produzione di utilizzo di energie più sostenibili (tutte le energie, non solo quelle dedicate al trasporto), al contrasto mediante le leggi a sistemi di trasporto inquinanti, al potenziamento dei servizi di trasporto pubblico e di mezzi alternativi di mobilità (es. biciclette).

Che non si voglia essere incisivi è talmente palese se si pensa al fatto che tali misure vengono messe in campo solo di domenica (per non “disturbare” il sistema economico, si intende) e a macchia di leopardo, senza una regia comune. Ecco che allora può capitare che una città abbia il blocco del traffico e quella a qualche chilometro di distanza abbia organizzato il mercatino dell’antiquariato o i carri allegorici del carnevale. Così i piccoli benefici della prima vengono vanificati dalle scelte di senso contrario della seconda.

E, in effetti, queste misure sono talmente inefficaci e disgustose per i cittadini che, durante la loro applicazione, si rilevano addirittura picchi di traffico veicolare con intasamento delle arterie cittadine periferiche e riempimento totale dei parcheggi a pagamento.

Per quanto riguarda le soluzioni a tale fenomeno dell’inquinamento dell’aria da smog, determinato per un terzo circa dai sistemi di trasporto, per un terzo circa dal sistema di produzione industriale e per un terzo circa dal sistema domestico, sono fermamente convinto – e i dati mi danno ampiamente ragione – che i principi della bioimitazione vengano in soccorso per adottare quelle misure necessarie sia nel breve periodo ma, soprattutto, nel lungo periodo, dove gli effetti dello smog sulla salute si fanno maggiormente sentire. Da un lato la bioimitazione osserva che in natura l’energia non viene prodotta attraverso la combustione ma è di derivazione solare e cinetica. Pertanto è necessario che si riproponga urgentemente tale pratica anche nei sistemi umani impedendo al più presto, per quanto già possibile, l’uso del carbone, del petrolio e di altri gas e favorendo metodi rinnovabili ed ecologici di produzione. Inoltre la bioimitazione, attraverso i suoi principi, ci dice che la natura usa solamente l’energia di cui ha bisogno. Pertanto sono troppi gli sprechi e le inefficienze sui quali si deve intervenire a livello tecnico per evitare che venga prodotta – male – l’energia che poi contribuisce all’inquinamento. Infine sempre la bioimitazione ci dice che la natura si fonda su una serie di reciproche collaborazioni.

In buona sostanza se vogliamo limitare l’inquinamento derivante dai trasporti è necessario che si inizi a pensare di dissuadere il trasporto privato (di solito rappresentato da una grande massa, quella del veicolo, che serve per muovere una sola persona) e di passare all’intermodalità, fatta di mezzi privati, di sistemi di trasporto pubblico, di veicoli a pedali e di pedoni. Per fare questo bisogna cominciare seriamente ad investire per (ri)orientare ed obbligare le scelte di trasporto verso queste direzioni.

Solo così si potrà contrastare seriamente il problema dell’inquinamento atmosferico ed evitare che la risposta alla giornata ecologica sia: “Ma per piacere!”.

 

Più guardo l’uomo e più penso che siamo ridicoli

Che cosa voglio dire dichiarando che l’uomo è ridicolo? (1) L’affermazione può sembrare un’ipocrisia assoluta e un enorme insulto se pensiamo alla (apparente) supremazia che abbiamo raggiunto rispetto agli altri esseri viventi che popolano la Terra. Se pensiamo alla tecnologia che abbiamo raggiunto, alla manipolazione della chimica, alla genetica, alla grande disponibilità di energia e di cibo. Se pensiamo alla longevità della nostra vita rispetto a quella dei nostri antenati, alle possibilità di cura in caso di malattia e alle regole sociali che siamo riusciti ad elaborare. Se pensiamo all’economia, al linguaggio, all’arte, alla musica, alla religione e, in generale, alla profondità del pensiero simbolico che abbiamo sviluppato in poche generazioni evolutive, durate solo qualche decina di migliaia di anni.

Quello che voglio osservare con questa affermazione è il fatto, da me percepito, che l’illusione di essere superiori alla natura e artefici attivi, non più passivi, delle sue dinamiche ci ha fatto perdere di vista l’obiettivo primario della vita, quello di vivere, di procreare e di garantire un futuro per i nostri discendenti. Il che, tradotto per i tempi moderni e per l’umanità attuale è: vivere sereni e felici, cioè avere benessere (ben-essere, che non è solo quello economico); godere delle relazioni familiari e amicali, magari accudendo anche la prole (non necessariamente quella biologica); garantire a se stessi, ma soprattutto alle generazioni future, le stesse opportunità di benessere su questo insostituibile pianeta.

Quando si osservano, invece, le dinamiche umane tutte collegate in una rete infinita di relazioni fatte di soprusi, di guerre, di disuguaglianze, di religioni, di manipolazioni del pensiero, di distruzione delle risorse ambientali, di alterazione profonda degli equilibri planetari non si può non pensare che siamo semplicemente ridicoli. Se non peggio!

Quando si pensa alla scienza in balia del narcisismo e del vantaggio economico, alla salute svenduta al profitto, alla finanza fine a se stessa che gioca alla roulette russa con i bisogni dei cittadini, alle aziende che anziché essere al servizio del progresso e dei bisogni dei cittadini sono finalizzate solo al becero profitto, come non pensare che l’uomo sia ridicolo.

Quando si pensa alla funzione delle nostre guide (politici, capi religiosi, intellettuali) e si vedono i loro comportamenti ipocriti fatti di gestione del mero potere, di arricchimento economico personale e di manipolazione delle libertà individuali per biechi fini propagandistici come non pensare che l’uomo sia ridicolo.

Quando ci si guarda indietro nella storia delle nostre “civiltà” e si vede distruzione, guerre, ipocrisia, cattiveria, opportunismo, follia collettiva ma, soprattutto, continuità senza fine dell’azione umana senza concrete svolte radicali come non pensare che l’uomo sia ridicolo.

Quando si pensa agli altri esseri viventi che con noi condividono ora il pianeta Terra ma che lo hanno abitato da più tempo di noi, anche quando non c’eravamo o eravamo solo un abbozzo evolutivo, come non pensare che siamo ridicoli. Come non pensare che siamo ridicoli noi che abbiamo bisogno di un telefono cellulare per comunicare, di un gps per orientarci, di vestiti per coprirci, di supermercati per mangiare, di ospedali per curare problemi che in gran parte noi stessi abbiamo generato. Come non pensare che siamo ridicoli noi che diciamo che una lumaca “fa schifo”, che un lupo “è cattivo”,che un topo “è sporco”, che una mucca è un “bene di consumo”, che un pipistrello “non è intelligente”.

Ebbene sì, quando si pensa a tutto questo – e a molto altro – come non pensare che siamo ridicoli. E forse anche stupidi!

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(1) Anch’io appartengo alla specie Homo sapiens e, per questo, non mi posso considerare estraneo al problema.

 

Vietato fumare. Il fumo fa male

Un paio di anni fa è venuto a mancare mio padre per un carcinoma polmonare, un tumore molto aggressivo che ha resistito impavido e subdolo alle numerose cure a cui si è sottoposto. Carlo, che aveva 69 anni, aveva fumato 20 sigarette al giorno per più di 50 anni e, anche se vi possono essere state altre piccole concause e non sia scientificamente dimostrabile la sola relazione con il fumo per la sua malattia, quelle maledette 365.000 sigarette (1) – una più, una meno – che negli anni si è fumato hanno sicuramente e profondamente inciso sul suo stato generale di salute.

È infatti risaputo che nel tabacco di sigaretta e nella carta che lo contiene, a seguito della combustione si producono circa 4 mila sostanze chimiche, tra cui alcune di esse risultano essere cancerogene e/o estremamente pericolose per la salute come la nicotina, il benzene, l’ammoniaca, il polonio 210, i metalli pesanti e gli idrocarburi policiclici aromatici. Tutto questo è abbastanza conosciuto ed è da anni che tali informazioni ci vengono continuamente portate a conoscenza. Non solo si cerca di dissuadere i singoli individui dal fumare ma da una decina di anni a questa parte si è anche iniziato a pensare di tutelare i non fumatori – in primis bambini e donne in stato di gravidanza – stabilendo per legge il divieto di fumo nel locali pubblici chiusi, in particolare bar, ristoranti, uffici pubblici e luoghi di lavoro (2).

Quello che però poco si dice è il fatto che gli agenti chimici che si producono dalla combustione della sigaretta non fanno male solamente alla salute ma altresì all’ambiente e, indirettamente, sempre al nostro benessere fisico.

Finalmente qualche tempo fa l’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e la SITAB (Società Italiana di Tabaccologia) hanno cercato di evidenziare il problema dell’inquinamento ambientale proveniente dai rifiuti prodotti dai fumatori ed abbandonati un po’ ovunque facendo riferimento alle varie pubblicazioni scientifiche sull’argomento. Lo scopo è quello di promuovere una certa consapevolezza sul tema e porre l’attenzione sulla corretta raccolta di rifiuti molto pericolosi – le “cicche” – che singolarmente non vengono percepiti come tali ma che, se si considerano i 72 miliardi di sigarette consumate ogni anno in Italia, rappresentano di certo un enorme problema.

Cicche sigarettaDal punto di vista tecnico il filtro di sigaretta è composto di un materiale, l’acetato di cellulosa, che è dotato di un elevato potere filtrante ma che, come è abbastanza intuibile, si impregna facilmente di tutti i veleni prodotti dalla combustione del tabacco e della carta. Si pensi che nel mondo, si stima, vengono annualmente gettati più di 5 trilioni (5 mila miliardi) di mozziconi. In Italia, invece, si stima che dei 72 miliardi di sigarette consumate all’anno vengano gettati a terra circa 50 miliardi di mozziconi. Con le sole cicche gettate a Roma (circa 1,7 miliardi), mettendole in fila una dietro all’altra, si coprirebbe una distanza di circa 51 mila km (3), molto di più della circonferenza dell’equatore (40.075 km). Questi mozziconi poi, impregnati di agenti chimici pericolosi, in circa 5 anni si disgregano ma continuano a persistere nell’ambiente inquinando senza sosta acque superficiali, mari e terreni.

È seriamente giunta l’ora – dice l’ENEA e la SITAB – che si inizi a considerare tali cicche come dei rifiuti speciali da non abbandonare nell’ambiente. È giunta anche l’ora che si inizi ad obbligare i fumatori a buttare i mozziconi in contenitori specifici disseminati nelle città e, in loro assenza, in contenitori tascabili che ognuno di loro deve avere in dotazione con sé. È giunta l’ora che si inizi a sanzionare seriamente chi abbandona le cicche nell’ambiente (4).

È giunta l’ora – direi io con uno sguardo più ampio e nell’ottica della bioimitazione (5) – che, se si vuole consentire la liberta di scelta agli individui di fumare o meno, si inizi allora a considerare tutta la produzione di sigarette, dalla coltivazione del tabacco alla produzione delle stesse fino allo smaltimento dei rifiuti, anche dal punto di vista della sostenibilità ambientale di tale pratica.

In quest’ottica nulla depone a favore del fumo, tranne le schifose accise sulla vendita delle sigarette e gli enormi immorali profitti per i pochi produttori mondiali. Bisognerebbe avere magari anche il coraggio di dire una volta per tutte che il fumo fa male ed è vietato fumare!

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(1) 20 x 365 x 50 = 365.000. Pensando che una sigaretta sia lunga in media circa 8 cm, se si mettessero una vicino all’altra tutte quelle sigarette coprirebbero una distanza di 29.200 metri, equivalenti a circa 29/30 km. Caspita!
(2) L’art. 51 della legge 16 gennaio 2003, n. 3 “Disposizioni ordinamentali in materia di pubblica amministrazione” s’intitola: “Tutela della salute dei non fumatori” e definisce le misure che servono ad eliminare l’esposizione al fumo passivo in tutti i luoghi chiusi, pubblici e privati.
(3) 1.700.000.000 x 3 cm (misura indicativa del mozzicone) = 51.000 km
(4) Nella nuova legge sul fumo pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 18 gennaio 2016 (D.Lgs. 6/2016 di recepimento della Direttiva comunitaria 2014/40/UE) dal prossimo 2 febbraio 2016, oltre a varie regole di prevenzione sul fumo, è stata stabilita anche una norma punitiva su chi butta i mozziconi per strada e che può essere multato fino a 300 euro in base al collegato “Green economy“ della nuova legge di Stabilità (art. 40 della legge 28 dicembre 2015 n. 221). In particolare tale articolo “Rifiuti di prodotti da fumo e rifiuti di piccolissime dimensioni“ afferma che “E’ vietato l’abbandono di mozziconi dei prodotti da fumo sul suolo, nelle acque e negli scarichi”.
(5) Nella logica della bioimitazione tutto ciò che non è in linea con il funzionamento della natura non andrebbe fatto, senza compromessi, perché prima o poi si trasferirà alla collettività come costo indiretto (economico e sociale).
N.B. Dedico questo articolo a mio padre Carlo e al suo inutile “sacrificio”. Ciao papà.

 

In coda al semaforo

Qualche mattina fa ero in coda al semaforo e, nella corsia a fianco della mia, su una bella vettura costosa la mia attenzione è stata catturata da una interessante scena familiare fatta di discorsi animati e di sorrisi tra una madre e un figlio dall’età apparente di circa 10/12 anni. Nonostante si stessero presumibilmente recando a scuola l’atmosfera era comunque spensierata e gioiosa.

Il mio interesse (1) è stato però anche calamitato da un particolare della scena: sia la madre che il figlio NON indossavano le rispettive cinture di sicurezza, obbligatorie per il Codice della Strada a partire dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso. La signora aveva la cintura attaccata al gancio (altrimenti suona, e se suona!!!) ma la teneva sotto il corpo mentre il ragazzino non ce l’aveva nemmeno attaccata.

Subito ho pensato che quelle persone, nell’ambito della circolazione stradale fatta di traffico, di alta velocità, talvolta di mancato rispetto delle distanze di sicurezza e, spesso, di disattenzioni varie, stavano mettendo a serio rischio la loro incolumità, senza arrivare per forza alla perdita della loro vita. Un incidente, anche banale, poteva far diventare quei corpi dei proiettili in balìa degli eventi – air-bag compresi – che avrebbero potuto determinare infortuni e lasciare sul loro corpo invalidità anche permanenti. Poi, però, ad evento accaduto si piange, si recrimina e, magari, si cita in giudizio la casa costruttrice per difetti progettuali o costruttivi oppure si chiedono anche grossi risarcimenti alle assicurazioni e ai fondi per le vittime della strada!

Subito ho fatto un parallelismo con le tematiche della sostenibilità ambientale e della bioimitazione che tratto in questo blog e mi sono chiesto come, al di là di tutte le ricerche autorevoli, di tutta la comunicazione in materia, al di là di tutta l’energia che si spende per “convincere” le persone sulla bontà delle soluzioni proposte – spesso malviste e considerate o disfattiste o “sempre contro” – sia possibile fare breccia e raggiungere l’obiettivo educativo su soggetti così apparentemente “normali” che, però, violano in maniera evidente e disinteressata regole che sono state stabilite solo a loro favore e per tutelare la loro sicurezza. Dietro non c’è nessuna lobby della cintura o nessuna organizzazione degli arrotolatori che ottengano vantaggi personali, eppure le regole vengono violate…

L’unica soluzione che mi viene in mente per ottenere il risultato del rispetto delle regole è quella – dopo aver ovviamente operato nell’ambito educazione e di aver lasciato il tempo che le regole siano assimiliate – di lasciare liberi i comportamenti ma di non fornire più gratuitamente i diversi servizi che in caso di incidente si dovessero rendere necessari. Ecco allora che, se accertata la palese violazione della regola di indossare la cintura di sicurezza, deve essere pagata l’ambulanza che esce a soccorrere gli incidentati; deve essere pagata la pattuglia delle forze dell’ordine che effettuano i rilievi; deve essere pagato il servizio di pronto soccorso ospedaliero. Magari non tutta la spesa ma una quota simbolica che faccia capire che il mancato rispetto delle regole – a seguito di un evento – incide economicamente sulle tasse pagate da chi le regole le rispetta e, pertanto, deve continuare ad avere servizi gratuiti.

Credo che potrebbero diminuire subito di molto i “furbetti” e credo che una tale pratica del chi sceglie di sbagliare paga applicata anche in alcuni ambiti ambientali dove sono interessati direttamente i comportamenti dei cittadini e le loro scelte possa portare a migliorare notevolmente i risultati desiderati.

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(1) Per lavoro mi occupo di prevenzione e di analisi dei rischi in ambito di salute e sicurezza e sul tema ho una discreta sensibilità.

 

Il più grande nemico del bio è il qualunquismo

Mentre ero in vacanza durante il periodo natalizio, spinto dalla curiosità di mia figlia ho avuto modo di visitare un frantoio di olive che si trova sulla riviera ligure. Bello e interessante il processo lavorativo che va dallo scarico dei frutti nel macchinario, al loro lavaggio, alle operazioni di spremitura “a freddo” con centrifugazione dei residui, fino alla spillatura del profumato liquido verde nei contenitori dei vari committenti.

La visione nel dettaglio di tutte le varie fasi della molitura delle olive è stata possibile per merito del proprietario del frantoio che ha dotato l’attrezzatura di numerosi vetri e di numerosi accessi sicuri per soddisfare la curiosità dei suoi clienti e dei suoi visitatori.

Non eravamo gli unici a compiere quella visita didattica e, per caso, mentre mi guardavo intorno, ho avuto modo di seguire un discorso tra il proprietario del frantoio – Giorgio – e un visitatore presente. Quello che mi ha colpito, nel dialogo, sono state le risposte di Giorgio alle seguenti domande: “Qual è la differenza tra la molitura a caldo e quella a freddo” e “Ci sono molte coltivazioni biologiche in zona e come riuscite a far sì che il marchio sia garantito voi che lavorate sia il bio che il tradizionale”?

Le domande erano assolutamente legittime e dimostravano che l’interlocutore aveva la idee chiare in merito alla qualità del prodotto e che cercava di avere delle conferme tecniche e organizzative da parte di un operatore esperto per poter effettuare i propri acquisti.

Le risposte di Giorgio sono state, purtroppo, le solite – tristi – parole che senti spesso pronunciare in Italia da un sessantenne che dimostrano come il più grande nemico del progresso e della sostenibilità ambientale – in questo caso l’agricoltura biologica – sia quel qualunquismo disfattista del “tanto non cambia nulla”; del “tanto è tutto uguale”.

Alla domanda sulla spremitura “a freddo” Giorgio replica osservando che non è che cambi nulla con quella “a caldo”. Lo si fa solamente per soddisfare le richieste dei consumatori. Dal momento che tra le due c’è una differenza di costo ma anche di qualità perché la molitura “a freddo” altera molto poco le qualità organolettiche dell’olio, quello che leggo nelle parole di Giorgio è il fatto che l’importante non è pensare di far star bene le persone fornendo loro il meglio a prezzi ragionevoli ma è fare tanti soldi, nella filiera, magari anche a discapito della loro salute. Inoltre Giorgio, indirettamente, dichiara che subisce pochi controlli e che potrebbe anche vendere, lui o altri colleghi, un certo processo al posto dell’altro perché le autorità pubbliche difficilmente fanno prevenzione delle sofisticazioni attraverso controlli preventivi o imposizioni metodologiche.

Alla domanda poi sul biologico, con un sorriso misto tra l’ironico e il furbetto, Giorgio risponde che tanto non cambia nulla, che i controlli e relativa certificazione non servono a nulla e che ci sono molti che dicono di fare il biologico ma poi fanno un po’ quello che vogliono. Le sue osservazioni in effetti sono realistiche e possono rappresentare una triste realtà – che deve essere perseguita dalla giustizia – ma, anziché chiedersi cosa si posa fare per migliorare la situazione, per garantire che in futuro le certificazioni e i controlli siano più incisivi, preferisce buttarla “in vacca” e dire che tanto il bio non serve a nulla. Giorgio, invece di chiedersi come si possa operare per fare un ulteriore salto di qualità – anche per la sua attività imprenditoriale – che superi il metodo biologico per ricercare qualcosa di più, attraverso il suo qualunquismo pone le basi perché si torni indietro senza progresso e senza sufficienti garanzie di salubrità per i cittadini. In tal modo, indirettamente, fa anche il gioco dei grandi produttori e delle multinazionali che chiedono “progresso” (quello che interessa loro), pochi controlli e tanto profitto.

Finché in Italia non ci libereremo della malattia molto contagiosa del qualunquis-disfattismo e non cercheremo la cura nei controlli, nella buona tecnica e nella cultura individuale, come potremo sperare di operare quel passaggio ancora più difficile che porta dal sistema attuale a quello rivoluzionario della bioimitazione?

 

Viva la burocrazia

La retorica comune, dall’amministratore delegato alla casalinga, dal parlamentare al giornalista, dal politico locale all’imprenditore, è fermamente convinta che la burocrazia sia il vero male della nostra società e il vero nemico del benessere economico perché rallenta il progresso ed è contraria al “fare”. In parte non possiamo negare che tale considerazione sia vera – ovviamente – soprattutto quando essa ostacola di proposito il corretto svolgimento della vita e delle attività delle persone per un qualche tornaconto personale o per scarso impegno lavorativo da parte dei funzionari pubblici che ne sono il motore, ma alla burocrazia dobbiamo anche riconoscere dei meriti e delle virtù perché, se non esistesse, sono convinto ci sarebbe meno giustizia sociale, meno giustizia economica e meno democrazia (1).

La burocrazia, che nella sua definizione è quella sorta di organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità e impersonalità, rappresenta quel collante sociale, quel sistema di controllo e di garanzia di rispetto delle regole che, mancando, farebbe venir meno quel patto sociale simbolico che esiste tra persone che, nonostante le loro numerose differenze, costituiscono e rappresentano la società nel suo insieme in quanto ne condividono diritti e doveri.

Per comprendere appieno questa mia considerazione qualche tempo fa mi ha colpito una lettera aperta a vari sindaci scritta da parte del WWF veronese che lamentava la richiesta da parte di un privato – il proprietario – di trasformare 4 ettari di terreno, facenti parte di un Sito di Importanza Comunitaria (SIC) per la salvaguardia della natura, in un “vigneto di tipo moderno e intensivo”. E molto remunerativo, direi io. Dalla lettura approfondita della lettera – tra l’altro contestata da parte di altre associazioni ambientaliste locali in quanto troppo morbida e troppo accondiscendente – si comprende che i terreni oggetto di tale progetto agro-industriale sono stati prima sottoposti allo screening X per poi avere la relazione Y, contestata dalla valutazione Z. Insomma su quei miseri 4 ettari di terreno, che non sono nulla dal punto di vista economico ma che rappresentano una boccata di ossigeno per la natura in un territorio fortemente antropizzato quale è l’hinterland veronese, si sono espressi un po’ tutti – la burocrazia – e, per fortuna, ancora nulla è successo in termini di trasformazione agricola. Almeno spero, visto che nonho più seguito la vicenda.

Proviamo ora ad immaginare se non fosse esistita la burocrazia cosa ne sarebbe di quei 4 ettari di terreno. Giusto! Proviamo ora a pensare cosa ne sarebbe di una splendida isola, di una splendida scogliera, di una magnifica montagna o di una magnifica collina. Esatto! Proviamo solo ad immaginare che fine avrebbe fatto il paesaggio o la tutela del patrimonio artistico, quelli considerati dall’art. 9 della Costituzione (2). Risposta corretta! Proviamo solamente ad immaginare  – nel Paese degli abusi edilizi e dei numerosi condoni – quali scempi urbanistici, più di quelli attuali, ci sarebbero stati senza burocrazia. Giusto!

E allora, cosa ci lamentiamo a fare. Dobbiamo solo dire: “Viva la burocrazia”! (3)

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(1) I paesi civili del nord Europa e del nord America funzionano meglio del nostro non perché non esiste la burocrazia – anzi ce n’è molta – ma perché esiste la giustizia sociale. Quella della troppo burocrazia è solo una scusa.
(2) L’art. 9 della Costituzione recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. / Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
(3) La burocrazia siamo noi. Solo la cultura, il senso etico e il senso civico sono i motori della giustizia sociale e dell’economia.

 

Lo scimmione nudo

Vi dice qualcosa la definizione di “scimmione nudo”? Per facilitarvi nella soluzione dell’enigma non ci troviamo ne in uno zoo e nemmeno in una riserva africana ma invece, più banalmente, all’interno delle città e negli spazi di vita a noi umani molto familiari. Infatti, se ci pensate bene, quello scimmione nudo siamo proprio noi, Homo sapiens, unica specie di scimmie – tra le 193 esistenti in totale – a non essere ricoperte di pelo.

Questa definizione un po’ ironica e un po’ irriverente dell’uomo la diede per la prima volta lo zoologo inglese Desmond Morris nel suo famoso libro scientifico-divulgativo “The Nacked Ape: a zoologist’s study of the uman animal” (tradotto in italiano con il titolo “La scimmia nuda – Studio zoologico sull’animale uomo”), pubblicato nel 1967 (1).

Come osserva Morris siamo una razza estremamente capace che trascorre molto tempo ad esaminare i propri moventi più nobili ma altrettanto tempo ad ignorare quelli fondamentali rappresentati dal fatto di essere rimasta in moltissimi elementi una scimmia che si comporta ancora istintivamente e impulsivamente. Per una serie di circostanze fortunose e anche casuali siamo diventati, in breve tempo, l’animale predominante della Terra ma non ce ne dobbiamo compiacere troppo e non dobbiamo essere presuntuosi di pensare di essere eterni. Molte specie sensazionali del passato si sono estinte e noi non costituiamo un’eccezione a tale regola biologica. Prima o poi scompariremo per far posto a qualcos’altro, ma se vogliamo che ciò avvenga il più tardi possibile è necessario che cominciamo a considerarci in modo attento e spietato come esemplari biologici e cominciamo a renderci conto dei nostri limiti.

Alcuni – osserva Morris – sostengono che poiché l’uomo ha sviluppato un elevato livello di intelligenza e un potente impulso all’invenzione, sarà sempre e in ogni caso in grado di adattarsi a tutte le nuove situazioni che si verificheranno sul pianeta Terra, magari anche modificando la natura. In realtà la nostra primitiva natura animale e i nostri comportamenti opportunistici non lo consentiranno mai. Sarà solo riconoscendo apertamente i nostri limiti che avremo maggiori probabilità di sopravvivenza.

Ciò non significa – approfondisce ancora Morris – per forza un ingenuo “ritorno alla natura”, ma vuol dire semplicemente che dovremo adattare i nostri progressi dovuti all’intelligenza alle caratteristiche del nostro comportamento, aggressivo e talvolta violento. In sostanza dobbiamo migliorare in qualità piuttosto che in quantità e in forza. Potremo così continuare a progredire tecnologicamente in modo sensazionale e sbalorditivo senza necessariamente negare la nostra eredità evolutiva di rimanere pur sempre degli animali. In caso contrario i nostri compressi impulsi biologici si accumuleranno fino a far crollare la diga e tutta la nostra complessa esistenza sarà spazzata via dalla piena.

Non male come analisi per essere stata fatta quasi 50 anni fa. E, alla luce di quanto è successo in questa manciata di anni (in rapporto al tempo della nostra evoluzione), quanta ragione Morris aveva?

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(1) Desmond Morris afferma nel libro di aver “deliberatamente insultato la nostra specie, usando una espressione come “scimmione nudo” per “mantenere il senso delle proporzioni che ci obbliga ad osservare quello che accade appena al di sotto della nostra superficie di esseri superiori”.

 

Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile in Italia

L’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) ha da poco presentato la terza edizione del “Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile in Italia (BES |2015)(1), un quadro integrato dei principali fenomeni sociali, economici e ambientali che stanno caratterizzando l’evoluzione del nostro Paese in questi anni recenti. Anche quest’anno il Rapporto BES analizza i fattori che hanno un impatto diretto sul benessere umano e sull’ambiente attraverso l’analisi dei seguenti 12 argomenti (commentati).

  1. Salute – Vita media in aumento, ma stabile quella in buona salute. Disuguaglianze territoriali in crescita, disuguaglianze di genere in diminuzione.
  2. Istruzione e Formazione – Migliorano i livelli di formazione e si riduce il divario con l’Europa, in crescita la partecipazione culturale.
  3. Lavoro e conciliazione dei tempi di vita – Primi segnali di ripresa ma ancora forti divari e lontani dall’Europa.
  4. Benessere economico – Dal 2014 segnali di miglioramento della condizione economica delle famiglie. Non si attenuano le disuguaglianze.
  5. Relazioni sociali – Aumenta la fiducia negli altri, cresce la rete potenziale di aiuto e cala la partecipazione politica.
  6. Politica e istituzioni – Cresce la presenza delle donne nei luoghi decisionali economici e politici, ma resta elevata la sfiducia nelle istituzioni.
  7. Sicurezza – Dopo anni di sostenuto aumento della criminalità predatoria, rallenta la crescita dei reati. Diminuisce la violenza contro le donne ma aumenta la sua gravità.
  8. Benessere soggettivo – Cresce l’ottimismo verso il futuro, soddisfazione per la vita ancora stabile.
  9. Paesaggio e patrimonio culturale – Progressi insufficienti nella tutela dei beni comuni.
  10. Ambiente – Passi in avanti ma ancora criticità per la gestione delle risorse naturali e della qualità dell’ambiente.
  11. Ricerca e innovazione – Poche sorprese sul fronte della ricerca e innovazione. La situazione resta in gran parte stabile.
  12. Qualità dei servizi – Graduale miglioramento dell’erogazione di acqua, energia elettrica, gas e rifiuti. Ancora criticità per servizi sociali, mobilità e carceri.

Mentre dal Rapporto BES 2015 emerge che la situazione è abbastanza positiva sul lato dei temi socio-economici con buoni livelli di salute, di formazione e di lavoro nonché una buona percezione da parte dei cittadini sia per le relazioni sociali che – stranamente – per la loro condizione economica, dal Rapporto stesso emerge, invece, che la situazione è alquanto negativa relativamente ai temi socio-ambientali, in particolare il paesaggio, il patrimonio culturale e l’ambiente in generale.

Emissioni gas serra_BES 2015Se si considerano in maniera più approfondita i temi che manifestano aspetti di più spiccata negatività, ci si rende conto che la tutela del paesaggio e dell’ambiente non è sufficiente a garantire quei livelli necessari perché si configuri benessere per i cittadini.

Abusivismo edilizio_BES 2015Dal lato della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale, anche se alcuni obiettivi si possono dire quasi raggiunti (es. piccolo rallentamento nel consumo di territorio agricolo a causa della crisi del settore edile), altrettanto non si può dire dal lato della dismissione di aree agricole interne che non vengono più coltivate e da quello dell’espansione delle monocolture industriali. Purtroppo sul piano del paesaggio vi è una forte disparità regionale e territoriale (tra Nord e Sud) sulla capacità delle istituzioni di tutelare i beni pubblici e vi è un elevato abusivismo edilizio, non riscontrabile in altre economie avanzate. In Italia, poi, nonostante la grande vocazione turistica per i paesaggi e per i beni culturali, vi è un’inadeguata spesa pubblica dedicata a tali scopi. Elementi fortemente negativi sono presenti anche riguardo la percezione da parte dei cittadini per il paesaggio, che li rende fortemente insoddisfatti, soprattutto al Nord.

Paesaggio degradato_BES 2015Dal lato poi dell’Ambiente in generale, pur avendo il patrimonio naturalistico in Italia anche una importante funzione economica (per l’agricoltura e per il turismo), vi è comunque una scarsa tutela degli ecosistemi che richiederebbe, invece, maggiori sforzi anche in considerazione dei cambiamenti climatici in atto. La protezione dell’ambiente rappresenta una chiave determinante e lungimirante per le scelte del sistema Paese ed anche dei singoli cittadini. Le azioni volte oggi ad uno sviluppo ecosostenibile possono condurre, domani, al miglioramento del benessere delle persone. Le azioni di tutela dell’ambiente, di gestione sostenibile delle risorse naturali e di lotta ai cambiamenti climatici, con un piano di sviluppo legato alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica, possono aggiungere valore e proteggere i nostri territori, sostenere la società e l’economia. Luci e ombre sono ancora presenti fra le varie aree del Paese e fra i diversi aspetti che costituiscono la tematica ambientale, anche se nel corso degli ultimi anni, con l’impulso delle normative e dei vincoli europei, sono stati compiuti passi in avanti in quest’ambito. Aumenta la disponibilità di aree verdi urbane a disposizione dei cittadini, si riduce l’inquinamento dell’aria in diverse città, cresce l’energia prodotta da fonti rinnovabili, si contraggono le emissioni di gas serra e il consumo di materiale interno, questi ultimi anche come conseguenza della crisi economica. A questi progressi non resta insensibile neanche la popolazione italiana che esprime più consapevolezza sulle problematiche ambientali, maggiore partecipazione attiva e migliori scelte di spesa. È ancora evidente però, la necessità di interventi sostanziali sul territorio in termini di tutela e gestione dell’ambiente. Nel settore dei rifiuti urbani si riduce la quota dello smaltimento in discarica, anche se l’Italia rimane in netto ritardo rispetto agli altri paesi europei. Resta anche grave, soprattutto in alcune regioni del Mezzogiorno e dell’Italia centrale, la dispersione di acqua potabile dalle reti di distribuzione comunale, così come la depurazione delle acque reflue urbane. Ugualmente grave la presenza di diversi siti inquinanti da bonificare diffusi sul territorio nazionale. Permane infine la presenza di diverse aree del territorio con problemi di dissesto idrogeologico e alluvioni accentuati dall’incremento di eventi climatici estremi.

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(1) Nato nel 2010, il BES si è ispirato ad iniziative internazionali simili anche se il quadro di riferimento adottato in Italia risulta tra i più ambiziosi proponendosi di misurare non solo il livello di benessere attraverso l’analisi degli aspetti rilevanti della qualità della vita dei cittadini, ma anche la sua l’equità in termini di distribuzione delle determinanti del benessere tra soggetti sociali e la sua sostenibilità, a garanzia che lo stesso livello di benessere possa essere fornito anche alle generazioni future.

 

L’EXPO è già un lontano ricordo

Prendo la metropolitana che dal centro di Milano porta alla Fiera di Rho almeno un paio di volte la settimana da quasi 15 anni. Si tratta di una linea, quella “rossa” M1 che, passando dal centro della città, scarica un fiume di persone alle fermate “Duomo” e “S. Babila”, un po’ meno alla fermata “Cadorna FN”, qualcuna in meno a “Lotto” e, più si va verso la periferia, più i passeggeri si diradano fino quasi a scomparire. Questa è la norma tranne alcune anomalie che si verificano nei giorni dell’anno in cui si svolgono le principali iniziative fieristiche. Durante i mesi dell’EXPO, soprattutto nella fase finale dei mesi di settembre e ottobre scorsi, le normali proporzioni quotidiane dei passeggeri si sono completamente ribaltate, per poi tornare agli equilibri di affluenza normale non appena sono stati chiusi i cancelli della manifestazione.

Quello che colpisce ora, a pochi mesi dalla fine dell’EXPO, è il fatto che da nessuna parte si rileva traccia dell’enorme movimento dei mesi passati. Tranne qualche vecchio residuo di cartellone pubblicitario degli sponsor principali non ancora coperto da quelli nuovi, della kermesse fieristica internazionale a Milano non è rimasto praticamente nulla.

Al di là dei dati economici e degli equilibri finanziari (1) che, si spera, saranno analizzati con dovizia di particolari da esperti contabili e revisori dei conti, quello che mi colpisce e mi rattrista è il fatto che di tutti i messaggi di sostenibilità (“EXPO: nutrire il Pianeta, energia per la vita”) e di tutte le “Carte di Milano” non sia rimasto praticamente più niente. Nessuno ne parla e nessuno ne scrive più. Svaniti!

Senza andare troppo a scavare nei dati e nelle statistiche e senza cercare motivazioni troppo complicate, a mio modesto parere questa è la vera e semplice dimostrazione dell’inutilità e dell’inefficacia educativa di EXPO. Bisognava solo attendere qualche mese dalla chiusura dei cancelli per potersene rendere conto. Et voilà.

Proprio da questo generale disinteresse per la manifestazione che si nota già solo pochi mesi dopo la fine (non ne parla più la politica, non ne parla più la stampa e non ne parlano più gli amici o i conoscenti entusiasti che ci sono andati più volte ma che ora sui social network enfatizzano altro) si deduce quanto siano stati ipocriti i vari messaggi che hanno prima giustificato all’opinione pubblica e poi sostenuto la manifestazione durante il suo svolgersi. Era tutto un fiorire di messaggi “green” – dal tema principale, il nutrimento per il Pianeta al risparmio energetico; dall’uso di auto ecologiche alla “Carta di Milano” – che  il disinteresse di questi giorni ha dimostrato essere solo marketing. Questo generalizzato distacco per EXPO dimostra quanto il vero scopo della manifestazione, che noi (giustamente) sospettavamo fin dall’inizio, fosse altro rispetto ai temi sacrosanti che avrebbe dovuto trattare. Lo scopo era, in primis, costruire i padiglioni e le infrastrutture (e indirettamente consumare territorio) e, in secondo luogo, accontentare le multinazionali a creare, con soldi pubblici, un evento da consumare in breve termine nel quale commercializzare e promuovere beni alimentari o attività legate al cibo che poco o nulla hanno a che fare con la salvaguardia dell’ambiente e il (giusto) nutrimento del Pianeta.

È vero, in generale chi ci è andato si è divertito. Ma nulla di più che trascorrere una giornata al parco divertimenti o allo zoo. Viste queste considerazioni mi permetto di fare un appello alla politica: giustificare una manifestazione molto costosa pagata dai soldi dei cittadini attraverso falsi scopi ambientali è una cosa immorale che dovreste evitare, per il futuro, di fare. La sostenibilità ambientale è una cosa troppo seria da poter essere manipolata ad libitum per obiettivi che nulla hanno a che fare con essa. Please!

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(1) Il Fatto Quotidiano osserva che, in sei mesi, all’EXPO ci sono stati 20 milioni di ingressi, di cui quelli effettivi, tolti i vari movimenti del 14mila addetti, sono stati circa 18 milioni. Per ottenere il pareggio finanziario ci sarebbero voluti 20 milioni di biglietti venduti in media ad almeno 19 euro ciascuno. Secondo fonti interne, invece, il prezzo medio è stato di 10 euro ciascuno, poco più della metà di quello ottimale.

 

La teoria delle finestre rotte

Siamo nel 1969, negli USA, e il prof. Philip Zimbardo dell’Università di Stanford ha un’intuizione per cercare di spiegare alcune dinamiche di comportamento sociale. Per avvalorare le sue tesi lasciò abbandonate in strada due automobili uguali: stesa marca, stesso modello, stesso colore. Una nel Bronx, un’area al tempo molto degradata della città di New York e l’altra in un quartiere borghese di Palo Alto, in California. Ciò che accadde fu che l’auto del Bronx cominciò subito ad essere smantellata: i materiali che potevano essere utilizzati vennero rubati mentre la carcassa rimasta venne distrutta e data alle fiamme. Al contrario l’auto di Palo Alto rimase perfettamente intatta.

L’esperimento non termino così perché i ricercatori decisero in seguito di rompere un vetro dell’auto di Palo Alto per vedere quale ne fosse l’effetto. In poche ore si assistette anche in California alle stesse dinamiche di furto e di vandalismo che avevano caratterizzato il Bronx, a dimostrazione che le cause dei crimini non devono per forza essere attribuite alla povertà – come era ed è spesso opinione comune – ma anche ad altri fattori, molto più profondi e complessi.

Da qui, dopo ulteriori esperimenti di approfondimento e di conferma (1), nacque la cosiddetta “Teoria delle finestre rotte”. In sostanza, se viene rotta la finestra (di un’auto o di un edificio) è probabile che ne verrà rotta un’altra. Se le finestre rotte sono due o più, la probabilità che ne vengano rotte altre aumenta in  maniera esponenziale. Se la finestra rotta viene invece riparata, il processo normalmente si interrompe. E ciò è indipendente dal luogo dove avviene, sia esso povero ed emarginato o ricco e borghese. Al limite è solo una questione di tempo.

Questa teoria si associa normalmente ai concetti della “esemplarità” e della “emulazione“, secondo cui le persone tendono ad osservare i comportamenti degli altri e a copiarli. Se sono positivi non ci saranno problemi particolari ma, se sono negativi, vi è la possibilità che si verifichino situazioni anche più gravi.

Se, traendo spunto da questa teoria, negli anni ’90 del secolo scorso il sindaco di New York Rudolph Giuliani è stato in grado di sconfiggere la criminalità, anche quella grave, che attanagliava la sua metropoli attraverso interventi volti a reprimere situazioni di microcriminalità e di degrado, è facile intuire che ciò possa funzionare anche per altri temi, come quelli ambientali.

Se, ad esempio, è difficile sconfiggere la mafia che inquina alcune regioni d’Italia attraverso la gestione illegale dei rifiuti, si può tentare di ripristinare, in quelle stesse regioni, la legalità spiccia che si manifesta regolarmente nei comportamenti quotidiani di tutti. Bisogna liberare le strade dai piccoli rifiuti urbani abbandonati a terra e bisogna far rispettare, banalmente, anche le regole del Codice della Strada.

Se è difficile sconfiggere l’abusivismo edilizio che ruba ogni anno migliaia di ettari di territorio agricolo e impedisce la corretta riscossione delle tasse, si può tentare di recuperare la legalità e il piacere della bellezza urbana eliminando i graffiti sui muri, regolamentando il traffico e i piccoli comportamenti quotidiani, spesso esercitati anche da parte dei giovani, che portano ad avere incuria e mancato rispetto per i beni pubblici.

Se è difficile impedire che le persone si riversino e avvelenino i centri urbani con le loro vetture private, si può tentare di far pagare a tutti i servizi di trasporto dei mezzi pubblici, sanzionando pesantemente e inflessibilmente soprattutto le piccole infrazioni della circolazione stradale urbana. Ciò farebbe orientare una buona parte degli spostamenti urbani verso la bicicletta (ritenuta sicura) e verso i trasporti pubblici (percepiti sicuri ed efficienti).

Ci vorrebbe veramente poco. A volerlo…

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(1) Nel 2007 e nel 2008 Kees Keizer e colleghi, dell’Università di Groningen, approfondendo gli esperimenti del prof. Philip Zimbardo hanno condotto una serie di studi sociali controllati per determinare se l’effetto del disordine esistente (come la presenza di rifiuti o l’imbrattamento da graffiti) avesse aumentato l’incidenza di criminalità aggiuntive come il furto, il degrado o altri comportamenti antisociali. Hanno scelto diversi luoghi urbani successivamente trasformati in due modi diversi ed in tempi diversi. Nella prima fase il luogo è stato mantenuto ordinato, libero da graffiti, finestre rotte, ecc. Nella seconda fase esattamente lo stesso ambiente è stato trasformato in modo da farlo sembrare di proposito in preda all’incuria e carente relativamente al controllo: sono state rotte le finestre degli edifici, le pareti sono state imbrattate con graffiti ed è stata accumulata sporcizia. I ricercatori hanno poi segretamente controllato i vari luoghi urbani osservando se le persone si comportavano in modo diverso quando l’ambiente era stato appositamente reso disordinato. I risultati dello studio hanno corroborato la teoria secondo cui un disordine lieve, come l’accumulo di rifiuti per strada o la presenza di graffiti sui muri, può facilmente incoraggiare altri comportamenti ben più gravi, come ad esempio il furto.

 

Il cambiamento degli “stili di vita” funziona?

Prendo spunto dall’interessante articolo “Stili di vita. La ricetta neo-liberista” pubblicato qualche tempo fa dal sito saluteinternazionale.info per avventurarmi in un’analisi sociologica di quali siano i possibili limiti per far sì che una maggiore consapevolezza ecologica si traduca poi in azioni concrete da parte dei singoli individui verso una sempre più profonda sostenibilità ambientale. Peraltro necessaria.

È vero, l’articolo in questione parla di salute pubblica e non di ecologia ma gli argomenti in discussione – salute e sostenibilità ambientale – sono così strettamente interconnessi nei loro obiettivi, nelle loro dinamiche sociali e nei loro risultati che si possono perfettamente sovrapporre.

In particolare nell’articolo si osserva quanto siano inefficaci le campagne di educazione di massa sulla salute (quelle che si propongono di modificare gli “stili di vita”) basate sul presupposto che la causa ultima delle malattie – e l’obiettivo su cui agire – risieda quasi esclusivamente nei singoli individui e nelle libere scelte che essi compiono. Focalizzare l’attenzione sulla responsabilità individuale fornisce un alibi ai decisori di aver fatto tutto il possibile per risolvere i problemi, anche se poi i risultati o sono scarsi o, se positivi, risultano troppo lenti nel realizzarsi. Inoltre la scelta di agire sul cambiamento dei nostri comportamenti – sapendo che sono lunghi nel concretizzarsi – può destare anche il sospetto che le loro decisioni siano fortemente influenzate dalle lobby che vogliono guadagnare soldi sulle nostre disgrazie.

Attualmente la visione dominante relativa alla promozione della salute tra gli operatori del settore igienico-sanitario e tra i decisori politici è solo quella che coinvolge il cambiamento dello “stile di vita” che ogni singolo individuo è sollecitato a compiere. La letteratura scientifica sull’argomento, però, dimostra la scarsa efficacia di tale approccio educativo-individualistico ponendo l’attenzione, invece, su un approccio strutturale e globale esercitato da parte della politica – cioè da parte dello Stato – che si pone un obiettivo a lungo termine ed agisce da più fronti per perseguirlo. Anche, se necessario, imponendolo.

Lavorare sugli individui e sui loro comportamenti essenzialmente vuol dire non voler risolvere i problemi ma mantenerli sempre vivi – pur facendo finta di risolverli – per assecondare il desiderio di medicalizzazione spinta della società che viene sostenuta da chi ne trae vantaggi. Solo lo Stato, invece, è in grado di incidere su cambiamenti rapidi e duraturi, attraverso scelte fiscali, scelte tecniche e scelte organizzative anche forti ed estreme.

Spostando ora l’attenzione sulle questioni ambientali si può osservare esattamente la stessa dinamica. I decisori politici fanno (apparentemente?) di tutto per “educarci” ad essere più ecologici e più sensibili alle tematiche ambientali anche se poi continuano ad accettare incenerimento dei rifiuti, traffico veicolare urbano, ampio uso di chimica in agricoltura e chi più ne ha più ne metta. Questo atteggiamento però – maliziosamente o inconsapevolmente – tende a rallentare molto un processo che, invece, dovrebbe concretizzarsi in breve tempo perché la situazione è grave e dovrebbe essere risolta presto. Meglio sarebbe, invece, l’individuazione delle priorità d’azione inderogabili e la messa in campo di interventi forti da parte dello Stato nel perseguimento degli obiettivi.

Per capire meglio il concetto si prenda tra i tanti, ad esempio, due temi importanti dal punto di vista ambientale: la produzione di energia utilizzando fonti rinnovabili e la corretta gestione dei rifiuti, ponendo l’attenzione soprattutto sul riuso e sul riciclo dei materiali.

In merito alla produzione di energia è evidente comprendere come sia cosa molto lenta – e forse non del tutto efficace – coinvolgere individualmente i cittadini (un po’ tutti, anche quelli che hanno scarso interesse o scarsa cultura in materia) che prima devono analizzare nel dettaglio il problema, capirne l’importanza e, poi, agire concretamente o per richiedere sul mercato energia prodotta da fonti rinnovabili o per prodursela da soli. Se invece lo Stato imponesse delle tasse a chi produce energia inquinando e fornisse, come in parte ha fatto ma si è fermato sul più bello, forti incentivi (ripagati dalle tasse di cui prima) a chi produca o utilizzi energia da fonti rinnovabili, si capirebbe anche intuitivamente quali sarebbero i risultati.

Venendo ai rifiuti, alla limitazione della loro produzione, alla loro corretta gestione e al loro corretto trattamento, si fa veramente fatica ad educare, in breve tempo e verso una direzione univoca, una massa di individui che hanno diverse personalità e diverse culture. Inoltre, in quest’ambito, il cattivo comportamento di pochi potrebbe determinare danni ambientali anche molto gravi che coinvolgono tutti (ad es. gli incendi o l’abbandono dei rifiuti che si verificano soprattutto in alcune regioni d’Italia). Migliori risultati si otterrebbero invece attraverso un intervento molto forte dello Stato che tassa già alla fonte i materiali poco riciclabili, che crea politiche che incentivano il riuso dei materiali, che penalizza chi produce troppi imballaggi e così via.

Sulla base di queste considerazioni – replicabili in una infinità di ambiti – si comprende facilmente come la modifica dei comportamenti individuali sia inefficace. Solo un forte intervento pubblico, invece, dispiegato in numerosi settori (tassazione, educazione, organizzazione, punizione, ecc.) può perseguire il raggiungimento di obiettivi concreti.

Il dubbio, però, è se qualcuno li voglia veramente perseguire!!!

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Immagine: www.controlacrisi.org