Monthly Archives: Giugno 2014
Bello o brutto?

Qualche mattina fa, a Verona, mi trovavo a percorrere una piacevole strada panoramica urbana sul fiume Adige. Mentre aspettavo il mio turno fermo al semaforo il mio sguardo fu attratto da dei bellissimi fiori gialli che svettavano alti e imponenti tra gli steli d’erba e tra le margherite nei pressi del ciglio stradale, ad un paio di metri da me. Il ciglio stradale e l’argine ne erano pieni e lo spettacolo era veramente notevole. Purtroppo, però, bisogna rassegnarsi al fatto che le cose belle hanno breve durata e, come per magia, poco avanti c’erano anche due operai vestiti di tutto punto, con i loro bei giubbini catarifrangenti arancio, con i loro bei caschetti, le cuffie, il paraocchi e i guanti, armati di decespugliatori a filo che… broom… broom tagliavano tutti i vegetali e tutti i fiori che trovavano sul loro cammino, facendone tabula rasa.
Quei poveri operai erano stati mandati là da qualcuno che, a mio avviso, senza fare troppe ricerche scientifiche sulla biodiversità urbana e senza preoccuparsi troppo della bellezza del paesaggio spontaneo, aveva deciso che le erbacce erano brutte e che doveva essere fatto un po’ di “ordine”.
Mi sono subito chiesto che cosa sia il concetto del “bello” e quello del “brutto”. Mi sono subito chiesto se sia più bello (nella Pianura Padana) un prato all’inglese verde smeraldo di steli d’erba ben allineati e rasati in maniera uniforme oppure un prato, un po’ più “selvatico”, pieno di margheritine bianche e tarassachi gialli. Se sia più bella un’aiuola con tutti i fiori uniformi e ben separati oppure realizzata da una mescolanza di piante e di colori; se sia più bello un giardino con le piante ben allineate e tutte ben potate oppure caratterizzato da un groviglio di alberi semi-selvatici.
Per me la risposta è ovvia, perché tento di ragionare e di legare il mio piacere anche a ciò che è bene per la natura, che poi in definitiva è anche il mio e della mia salute. Però mi rendo conto che per molte persone la scelta più comoda sia quella dell’ordine, del rigore, della uniformità. Non importa poi il fatto che per raggiungere il risultato voluto si debba abbondare con i diserbanti e con i pesticidi, si debba esagerare con le attrezzature a motore, si debbano sprecare centinaia di metri cubi d’acqua potabile, si debba violentare la biodiversità vegetale e animale.
A pensarci bene, però, mi rendo conto che la questione affonda le sue radici prevalentemente nella dimensione culturale. È solo legata al fatto che qualcuno ci ha inculcato l’idea che debba essere fatto così. Punto. Senza troppi ragionamenti e senza troppe analisi critiche.
Cari lettori, aprite lo sguardo e cercate di vedere le cose anche con un occhio diverso. Cercate di non farvi influenzare dalle mode e dal conformismo. Vedrete che si apriranno interessanti orizzonti che vanno al di là dei meri concetti di “bello” e di “brutto” e sarete più predisposti anche a cambiamenti più radicali e più giusti, a nuove soluzioni tecniche, economiche e sociali che porteranno ad un nuovo progresso per il futuro.
Sono sempre più convinto che la differenza la facciamo veramente solo noi, attraverso le nostre scelte!
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Foto 1 e 2: L’argine del fiume Adige
Foto 3: Esempio di prato “all’inglese”
Foto 4: Esempio di prato “selvatico”
Plastic bags kill

“I sacchetti di plastica uccidono” (Plastic bags kill, ndt).
Uccidono in particolare se finiscono in mare e vengono scambiati dagli animali acquatici per cibo, soprattutto per delle meduse.
Al netto di qualsiasi parola e descrizione le immagini che seguono, da sole, spiegano ampiamente il triste e assurdo fenomeno.
Non vi chiedo di rinunciare ai sacchetti di plastica quando andate ad acquistare in negozio. Lo do già per scontato. Vi chiedo qualcosa di più: chiedete ai vostri rappresentanti politici di operare per mettere al bando definitivamente la plastica per gli imballaggi (1), attualmente ancora largamente presente in Italia e nell’Unione europea. Solo così potremo incidere, di riflesso, nei confronti dei Paesi in via di sviluppo che sono anche quelli che contribuiscono maggiormente all’inquinamento dei mari!
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(1) Bandire la plastica dagli imballaggi non significa accontentare la lobby del settore e consentire quel “pasticcio” della plastica con additivi che, al contatto con i raggi ultravioletti del sole, permettono alla stessa di rompersi in miroframmenti. Questi ultimi, non essendo biodegradabili, si mescolano all’acqua ed entrano facilmente nella catena alimentare. Bandire la plastica dalla produzione degli imballaggi significa solamente vietarne la produzione e consentire, in alternativa, solo quella con materiali biodegradabili di origine vegetale.
Se questo è un uomo

Dopo aver visto le immagini di un torero che, qualche tempo fa, a Madrid, è stato infilzato da un toro durante una corrida, più che dall’uomo a terra (che, come si può vedere dalla foto, se l’è cavata con un danno relativamente lieve e si rialza con le proprie gambe) sono rimasto colpito dal toro e dal sangue che esce copioso dalla sua bocca. Chiaro segno che l’animale ha in corso una violenta emorragia che, oltre alla morte, gli sta provocando anche atroci dolori e sofferenze.
Mi sono subito chiesto quale sia l’uomo che riesce a procurare tanto dolore ad un altro essere vivente (per di più un mammifero molto simile a noi) per il solo diletto e per la sola dimostrazione pseudo-ancestrale di una superiorità di lotta nei confronti dello stesso. Mi sono chiesto quale sia la motivazione che spinge gli spettatori ad andare a vedere un simile “spettacolo” sanguinario e atroce. E, subito, ho fatto un collegamento mentale e ho pensato a Primo Levi.
Lo so, il paragone è un po’ forte ed andare a scomodare il chimico ebreo torinese scampato ai campi di concentramento e le atrocità dell’Olocausto per parlare della corrida è sicuramente eccessivo. Lo stesso errore comunicativo lo ha fatto Beppe Grillo quando per parlare della P2 ha scomodato Aushwitz. Io, però, non credo sia un problema perché non penso di offendere nessuno. Lo scopo è quello di usare un’iperbole linguistica per far luce su una pratica senza senso come è quella di “giocare” ad irridere il toro per poi infilzarlo a morte procurandogli inutile dolore e rabbia, come senza senso è stata l’idea del nazismo di fare violenza gratuita su alcune categorie di uomini.
La morte, al limite, se proprio proprio deve essere procurata ad un animale, deve essere praticata con il minimo di sofferenza e di violenza nei confronti dello stesso, perché, ne sono convinto, procurare brutalità rende brutali! Ed essere brutali, mi chiedo, non aiuta nel capire empaticamente il processo necessario che ci attende per il futuro nel percorrere la strada verso la ricerca della sostenibilità ambientale.
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Foto: la foto riporta la scena di un incidente avvenuto qualche tempo fa a Madrid dove il toro ha incornato il torero Jimenez Forte. Si noti il copioso sangue che fuoriesce dalla bocca del toro e che dimostra inequivocabilmente le emorragie che le spade infilzate nel dorso provocano all’animale e la sofferenza atroce a cui viene sottoposto.
Blue Economy

“In natura non esistono rifiuti. E nemmeno disoccupati. Tutti svolgono un compito e gli scarti degli uni diventano materia prima per gli altri”.
Consiglio a tutti la lettura dell’interessante libro “Blue Economy – 10 anni, 100 innovazioni, 100 milioni di posti di lavoro” di Gunter Pauli (1). Si tratta di un testo fondamentale dell’ambientalismo scientifico e della bioimitazione che si fonda sul fatto che l’economia, per essere prospera e per consentire il vero progresso dell’umanità, deve iniziare copiare la natura e la sua capacità di utilizzare continuamente le risorse, senza produrre né rifiuti né sprechi.
La natura segue un ciclo circolare nel quale gli scarti di un processo diventano indefinitamente materie prime o “nutrimenti” di un altro processo, senza sprechi se non quelli energetici. I sistemi economici e produttivi attuali, invece, seguono un andamento lineare dove gli scarti di un processo non possono essere più utilizzati e vanno ad “intasare” – con inquinamento e disequilibri – il sistema Terra. La soluzione sta tutta nella corretta riprogettazione dell’economia e nella corretta produzione dei beni futuri, in modo tale che non siano concepiti per diventare in fretta rifiuti ma siano visti come “servizi” che devono assolvere ad un compito e, una volta terminato, possano essere reimmessi nel sistema creando nuova ricchezza senza provocare danni.
Secondo l’autore non bisogna credere all’illusione di rincorrere la “Green Economy” perché essa si basa sugli stessi errori dell’economia tradizionale: crescita e intervento spinto per modificare la natura. Per questo la green economy sarà tanto disastrosa quanto quella che l’ha preceduta. L’obiettivo, invece, è quello di perseguire la “Blue Economy” (2), un’evoluzione della green economy che non richiede alle aziende di investire di più nella tutela dell’ambiente ma che si propone di creare posti di lavoro e benessere attraverso lo sfruttamento dei principi di base di funzionamento della natura: in particolare attraverso il corretto uso delle materie e dell’energia.
Il libro, oltre a soffermarsi sugli aspetti teorici della questione, racconta anche interessanti storie di imprenditori illuminati che, in giro per il mondo (e anche in Italia) hanno iniziato da tempo il percorso di imitazione della natura e, udite udite, hanno avuto anche successo imprenditoriale.
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(1) Gunter Pauli è un economista, imprenditore e scrittore belga inventore della blue economy e fondatore di ZERI (Zero Emission Research Initiative), una rete internazionale di scienziati, studiosi ed conomisti he si occupano di trovare soluzioni innovative alle principali sfide cui le economie e la società sono poste di fronte, progettando nuovi modi di produzione e di consumo. Gunter Pauli è autore di numerosi libri, tradotti in più di 30 lingue.
(2) La “Blue Economy” si basa sui seguenti principi
EXPO 2015

Manca circa un anno a EXPO 2015 “Nutrire il Pianeta, energia per la vita” e quello che sino ad ora abbiamo sono solo numeri, cemento e tangenti. Poco è il nutrimento per il Pianeta e molto scarsa è l’energia per la vita.
I numeri sono quelli che dicono i politici, gli amministratori, i giornalisti e la gente comune in televisione, alla radio sui giornali, al bar, dal barbiere. Le solite cose: che EXPO è una grande opportunità; che EXPO arricchirà la città di Milano con il turismo e l’Italia con il prestigio; che EXPO fa e farà lavorare la gente (1). I cartelloni pubblicitari che in questi giorni tappezzano la metropolitana di Milano parlano di 1 milione di visitatori e di 145 paesi del mondo presenti. I racconti degli amministratori parlano di 190 mila posti di lavoro. Vedremo. Sono solo proiezioni che saranno tutte da dimostrare alla fine della manifestazione quando avremo i dati definitivi.
Per quanto riguarda il cemento che è coinvolto nella realizzazione di EXPO basta vedere qualche foto del cantiere (in ritardo rispetto ai tempi previsti) per capire. Fino ad ora si tratta di un groviglio di strade, di infrastrutture e di fondamenta di palazzi in calcestruzzo. Mi sembra non resti quasi nulla dell’idea di sostenibilità che aveva contraddistinto l’opera fin dall’inizio (2) e che era stata “venduta” all’opinione pubblica ma, soprattutto, del progetto di riutilizzo dei padiglioni alla fine della manifestazione, l’autunno prossimo. Potrebbe essere che, come è successo per l’EXPO di Siviglia o per le Olimpiadi di Atene, i palazzi non trovino una nuova collocazione et voila… si riempiano di erbacce.
Per quanto riguarda le tangenti basta scorrere la cronaca di quest’ultimo periodo (maggio 2014) per capire il marcio che c’è dietro alla manifestazione. Politici, imprenditori e tecnici coinvolti in giri di tangenti e di corruzione che fanno impallidire quelle del passato che, al confronto, per i soldi che erano interessati, rappresentano solo la “paghetta” di un bambino.
Sulla base di ciò ci si può ragionevolmente chiedere che cosa sia veramente EXPO. Ci si può chiedere se veramente il suo scopo sia quello di “nutrire il Pianeta” e di dare la giusta “energia per la vita” o sia, piuttosto, quello di alimentare le solite opere per fare un favore alle banche, agli speculatori e, forse, alla malavita. In merito alla creazione dei (presunti) posti di lavoro e al (presunto) prestigio dell’Italia non sarebbe stato meglio investire quei miliardi di soldi pubblici per lo sviluppo di nuove tecnologie in sintonia con la bioimitazione e in creazione di cultura collettiva, magari intervenendo, in parte, anche in piccole opere di utilità sociale?
Il problema è che EXPO, se correttamente comunicato ai cittadini e da loro approvato, fa muovere i soldi subito mentre la cultura e la ricerca no. Se, poi, i benefici tanto sbandierati non arrivano… chissenefrega!
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(1) Per meditare su chi parla in televisione e si manifesta palesemente a favore di un’opera senza capire poi realmente da che parte stia, si può fare riferimento alla cronaca di questi giorni: l’ex ministro Clini arrestato per presunto peculato e per aver sottratto fondi a diversi progetti esteri (Iraq e Cina). Quando parlava a favore di ILVA e snocciolava numeri su numeri… ci si può chiedere per chi lo facesse? Per i cittadini o per il perseguimento di un interesse personale? Mah!
(2) ad es. si veda il Master Plan del progetto proposto da William McDonough e partner
Foto 1: Rendering dell’area espositiva dell’EXPO 2015
Foto 2: Progetto proposto dallo Studio William McDonough + Partners
Le rinnovabili abbassano i prezzi e fanno risparmiare energia

Ricordo quando, nei dibattiti di qualche tempo fa, si discuteva in merito agli incentivi per le rinnovabili e molti – soprattutto politici, opinionisti da quattro soldi, giornalisti, imprenditori e prestanome di speculatori – sostenevano che con gli incentivi statali i costi per l’energia sarebbero stati più elevati e che gli incentivi non erano altro che un buco nero che non avrebbe prodotto alcun beneficio né al sistema economico italiano né alla sostenibilità ambientale. Ricordo quando dicevano che il costo più elevato dell’energia rispetto agli altri paesi europei avrebbe paralizzato il sistema economico e avrebbe reso il nostro sistema produttivo non competitivo (1). In effetti il loro vero obiettivo era quello di venderci, con malizia e falsità, il nucleare, gli inceneritori, il CIP6, il carbone “pulito”, l’olio combustibile e il petrolio quali fonti energetiche “alternative” e “green”. Noi, che la materia un po’ la mastichiamo, lo sapevamo già ma sono stati in molti a mettersi i prosciutti negli occhi e credere a queste falsità.
Ora, però (e finalmente, dico io), sono usciti i dati che riportano un po’ di giustizia sulla materia e che certificano come stiano veramente le cose. Il Rapporto IREX 2014, elaborato dalla società Althesis con il patrocinio del GSE (Gestore Servizi Energetici) ha certificato che lo sviluppo capillare delle rinnovabili sta cambiando i modelli di produzione e di consumo. Da un lato si affacciano sul mercato i Sistemi Efficienti di Utenza (SEU) che abbattono le perdite di distribuzione, cresce l’autoconsumo e si iniziano a diffondere sistemi di accumulo i quali, assieme, rappresentano la manifestazione di una rete distribuita di produzione e di smart grid, cioè sistemi che consentono di essere contemporaneamente produttori e consumatori di energia e che riducono notevolmente gli sprechi creando efficienza. Dall’altro lato lo sviluppo delle rinnovabili ha consentito di ottenere un effetto benefico sul prezzo all’ingrosso dell’elettricità che è diminuito per effetto dell’abbassamento del costo nei momenti di picco. Tale fenomeno ha consentito un risparmio annuale quantificabile in circa un miliardo di euro.
In merito alla valutazione della crescita delle rinnovabili il Rapporto IREX recita: “La valutazione degli effetti della crescita delle rinnovabili sull’intero sistema italiano rimane al centro del dibattito politico e industriale. L’analisi costi-benefici, che parte dal 2008 e che abbraccia uno scenario al 2030, mostra un saldo positivo compreso tra 18,7 e 49,2 miliardi di euro. Tale risultato, nel minimo in linea con quello dell’anno scorso, sconta il minor valore che il mercato attribuisce al fattore ambientale. Il prezzo degli EUA (Diritti di Emissione, ndr) ai quali è valorizzata la riduzione delle emissioni (fino a 83 milioni di ton di CO2 in meno al 2030), è infatti calato di oltre il 40% nel 2012. Sono però notevolmente cresciuti i benefici tangibili dovuti alla riduzione dei prezzi sui mercati elettrici (peak shaving) attribuibili al fotovoltaico, passati dai 400 milioni di euro del 2011 a oltre 1,4 miliardi di quest’anno. L’indotto e l’occupazione sono le altre principali voci positive del bilancio.”
Alla luce di questi dati c’è ancora qualcuno che pensa che investire nelle rinnovabili e nella sostenibilità ambientale rappresenti un freno per l’economia?
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(1) I sostenitori degli incentivi, invece, (tra cui, modestamente, c’ero anch’io) ritenevano che un tale progetto avrebbe contribuito a creare un sistema di produzione energetica più flessibile e più efficiente, più democratico perché distribuito tra un grande numero di produttori-cittadini, più moderno a sostegno dell’industria nazionale e dell’occupazione di qualità, più sostenibile e più competitivo dal punto di vista dei costi di produzione. E così, in effetti, è stato.