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Category Archives: Natura

Pappagalli padani

Una decina di anni fa ho visto per la prima volta dei grossi pappagalli tropicali verdi allo stato libero nei parchi pubblici di Siviglia, in Spagna. Poi, qualche anno fa, è stata la volta di Roma dove li ho sentiti cinguettare fuori dalla finestra dell’albergo che, una volta aperta, me li ha mostrati, sui rami di un albero, nella loro splendida livrea mimetica verde-gialla.

Qualche mattina fa è toccato a Verona, la mia città. Mentre mi trovavo in ufficio siamo stati tutti allertati da cinguettii molto forti che sembravano essere dentro i locali. Invece, una volta aperta la finestra, abbiamo scoperto che quei suoni così forti, che superavano addirittura la barriera del vetro, erano dovuti al canto di un bel pappagallo di circa 30 cm dalla livrea verde con numerosi altri colori sparsi un po’ qua un po’ là, posato sui rami di un albero. Devo dire uno spettacolo. Che quasi quasi è difficile da vedere anche negli zoo.

Il pappagallo era libero, forse fuggito da qualche gabbia (una sua fortuna, devo dire!), forse liberato volontariamente da qualche anima pia, forse venuto spontaneamente da qualche altro luogo più a sud dell’Italia e adattatosi a vivere in un centro storico del nord. Qui in effetti trova riparo per affrontare gli (oramai) sempre più scarsi geli invernali; qui non ha grossi predatori; qui recupera abbondanza di cibo, quegli scarti ancora buoni dell’uomo che lui, dotato di ali e di abilità nel volo, riesce a trovare in giro.

Non sono interessato al pensiero degli ignoranti che dice che la colpa è sempre degli ambientalisti (o dei soliti animalisti), ma so che anche alcuni naturalisti e alcuni studiosi, puristi della difesa della biodiversità ad oltranza, direbbero che si tratta di un grosso problema, da risolvere eradicando gli ospiti indesiderati. Cose sacrosante e vere se si vivesse in un mondo ideale dove si può applicare liberamente la scienza e si possono mettere in pratica i principi che essa ha scoperto. Io, però, so che questo non è più possibile nei contesti naturali oramai ampiamente antropizzati e, data la situazione tragica che interessa la Natura sempre più martoriata dall’uomo, dalla sua forza e aggressività, faccio il tifo per i pappagalli e la loro libertà padana. Mi auguro che essi possano trovare un luogo ideale per la loro esistenza libera e possano proliferare ed avere qui un successo darwiniano.

Questo, lo so, potrebbe andare contro i principi della biodiversità pura (1) che mira a salvaguardare specie endemiche di luoghi molto piccoli e isolati, tipo la rana del ruscello X o l’insetto del fiore Y. La situazione della Natura è però ora così compromessa dall’uomo e dalla sua voracità che, così come l’uomo ha creato i problemi, così l’uomo può essere l’artefice, anche involontario a causa della propria ignoranza o stupidità, della ripartenza. Le specie poi si adatteranno alle nuove situazioni, si creeranno nuovi equilibri ecologici e si ricostruirà una nuova biodiversità.

La situazione riguardante la Natura è così compromessa dagli interventi umani che, giunti a questo punto, salvare la biodiversità originaria è come voler curare il raffreddore ad un malato terminale. Cosa inutile. Meglio mettere il malato in terapia farmacologica d’urto e sperare che essa possa fare effetto. Al limite si potrà sempre dire di averci provato!

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(1) Ho molto rispetto per chi si occupa di biodiversità e cerca di difenderla – a volte a costo della vita – anche se rimane solo un barlume molto piccolo di speranza, come un piccolo appezzamento di foresta originaria, un piccolo tratto di fiume non alterato dall’uomo, una sola grotta o una sola piccola prateria. Con questo articolo però desidero osservare come i dati di degrado della biodiversità mondiale siano così catastrofici rispetto a ciò che si riesce effettivamente a difendere che, alla fine, ora come ora, è forse tristemente meglio prendere quello che viene e non andare tanto per il sottile.

 

DMZ

L’acronimo DMZ indica quell’area demilitarizzata (De-Militarized Zone) che divide, dal 1953, le due Coree. Essa ha una lunghezza di 248 km e una larghezza di 4 km ed è stata istituita quando, a seguito del cessate il fuoco della guerra di Corea (teoricamente i due paesi sono ancora in guerra), i due belligeranti hanno deciso di far arretrare dal fronte le proprie truppe di 2 km ciascuno. In tal modo si è così creata una zona cuscinetto di 4 km, totalmente inaccessibile sia per gli accordi presi a suo tempo sia per la presenza di numerose mine disseminate sul territorio che ne impediscono una sicura frequentazione (1).

DMZ_MappaAl di là delle questioni militari e geopolitiche, l’aspetto interessante che caratterizza questa DMZ è il fatto che in essa la natura prospera e segue dinamiche evolutive autonome, non influenzate dall’intervento degli esseri umani. La natura cresce, si evolve e raggiunge equilibri spontaneamente fornendo rifugio a specie animali e vegetali oramai rare o estinte in altre aree che sono in condivisione con gli esseri umani. In essa si avvistano (da lontano, visto che non la si può facilmente frequentare) rarissime specie di uccelli come gli avvoltoi neri o la gru della Manciuria oppure il leopardo dell’Amur, l’orso nero asiatico e il goral. In essa vi è anche una florida vegetazione fatta di piante, di fiori rari e di funghi (di cui uno, in particolare, è endemico). Nella DMZ gli scienziati hanno identificato circa 2.900 specie vegetali, 70 diverse specie di mammiferi e 320 specie di uccelli. Per non parlare poi dei rettili, degli anfibi e degli insetti.

La DMZ coreana e quello che la caratterizza ora in termini di varietà naturale dopo più di 60 anni di isolamento fa ben comprendere due aspetti, tra loro strettamente connessi:

  • che la presenza umana è, anche nel migliore dei casi, sempre e comunque molto alterante della natura;
  • che per salvare la natura e la biodiversità non sono sufficienti né le associazioni ambientaliste né le leggi, né l’istituzione dei parchi naturali né la cultura ecologica: per salvare la natura è necessario solo eliminare la presenza dell’uomo!

Va da sé allora che, partendo dall’esperienza significativa della DMZ e di altri casi di isolamento forzato della natura dalla presenza umana (Chernobyl e Fukushima, ad esempio), per salvare veramente la natura e la biodiversità dall’azione predatoria e distruttiva dell’uomo è assolutamente necessario creare una rete planetaria comunicante di corridoi ecologici sufficientemente ampi (2) – difesi, se necessario, anche dagli eserciti –i quali siano totalmente inaccessibili all’uomo e alle sue attività. Questi corridoi (che definirei più propriamente “cinture ecologiche”) devono essere lasciati per un lunghissimo periodo di tempo (almeno 100 anni) a seguire le proprie dinamiche evolutive, senza alcun intervento umano.

E il punto di partenza di questa cintura ecologica planetaria potrebbe essere proprio la Corea. È un po’ triste dirlo ma speriamo che i rapporti tra le due Coree rimangano tesi (senza guerra e senza uso di armi) ancora un po’ perché nella DMZ la natura è assolutamente rigogliosa e non potrebbe essere altrimenti se avesse strade, ferrovie, ponti, case, orti, campi coltivati, turismo…

DMZ 03 - National Geographic

DMZ 04 - National Geographic

DMZ 02 - National Geographic

DMZ 05 - National Geographic

DMZ 07 - National Geographic

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(1) Jongwoo Park, il primo civile a mettere piede nella zona dall’armistizio del 1953, su incarico del ministero della Difesa sudcoreano, a partire dal 2009 ha iniziato a documentare lo stato della DMZ.
(2) L’esperienza involontaria della DMZ ci fa comprendere che un corridoio ecologico (cintura ecologica), per essere efficace e funzionare su scala planetaria, deve essere ampio almeno 5 km. Inoltre esso non deve avere nessuna interruzione e non deve avere, in esso, alcun manufatto umano che richieda interventi periodici e manutenzioni. La presenza umana poi deve essere assolutamente bandita, senza deroga alcuna se non, dietro specifiche autorizzazioni, quella degli scienziati. Per funzionare poi il corridoio ecologico non deve aver alcuno scambio con l’esterno – per lo meno per gli animali terrestri di grossa taglia – per evitare che essi rappresentino una minaccia delle attività economiche che si sviluppano vicine ad essi. Nei corridoi ecologici deve essere poi bandito anche il turismo, di qualsiasi tipo esso sia.
Foto: Natonal Geographic, Jongwoo Park

 

Il disboscamento della foresta di Białowieża

Io, nella foresta di Białowieża (1), ci sono stato. Era il 2007 e, animato dal desiderio di vedere gli ultimi bisonti europei e una delle più antiche e meglio conservate foreste al mondo, con una Renault Twingo sono partito da casa per raggiungere la Polonia e, tra le altre cose, quel bosco magico. Ho dormito un paio di giorni in tenda nel campeggio adiacente alla foresta e ho fatto, accompagnato da guide esperte, qualche escursione a vedere la foresta vergine e a “sentire” la sua forte energia. Quello che subito mi ha colpito maggiormente sono state due cose: la lunga strada per arrivare al centro del parco naturale costeggiata da alberi così fitti da essere quasi una massa compatta che impediva il passaggio della luce; la presenza nella foresta, oltre di alberi grandi ed antichi, di numerosissimi alberi morti e a terra, la vera risorsa di un bosco sano e lasciato alle proprie dinamiche evolutive.

Bisonte europeoNaturalmente dei bisonti neanche l’ombra! E, d’altronde, non poteva essere diversamente visto e considerato il fatto, che quei pochi rimasti nel cuore dell’Europa, per sopravvivere alla caccia indiscriminata di qualche decennio fa hanno dovuto adattarsi a vivere nel fitto della boscaglia, prevalentemente nelle ore di penombra, piuttosto che negli spazi aperti delle praterie. Ovviamente i bisonti li ho dovuti osservare in cattività e, devo dire, che è stato meglio così perché penso che trovarsi davanti, nella foresta, un animale così imponente e così minaccioso possa essere particolarmente traumatico.

Disboscamento foresta di Bialowieza_02Della foresta di Białowieża me ne sono ricordato quando, sul Corriere della Sera, ho letto un articolo nel quale si racconta che a fine maggio è partito un programma – voluto dal governo conservatore che attualmente amministra la Polonia – di disboscamento massiccio dell’ultima foresta vergine d’Europa. La “scusa” è quella – la solita – di combattere un minuscolo insetto parassita, il bostrico, che scava gallerie nel legno degli alberi anche se vi è un forte sospetto che l’obiettivo vero, come sostengono ambientalisti e scienziati, possa essere quello di sfruttare economicamente il legname estendendo le attività forestali commerciali anche nelle aree più protette e più tutelate della foresta. Il Ministero dell’Ambiente difende comunque il programma, definendolo una misura di sicurezza per proteggere operatori, guide e turisti dal rischio caduta degli alberi malati ma, sinceramente, tali motivazioni sono piuttosto labili e ingiustificate per dare origine ad un’intensa attività di abbattimento e di disboscamento come è quella in programma.

Disboscamento foresta di Bialowieza_01Il mio sospetto – ma anche quello più autorevole di scienziati e di attivisti locali – è quello evidente di spremere il più possibile quello che resta dell’ambiente, magari anche quello incontaminato, nell’ottica del “tanto a che cosa serve?”. Di fondo il pensiero di questi tecnocrati, come pure quello di una buona parte dell’umanità, è quello che vede l’uomo come unico depositario e come unico benefattore delle risorse naturali. È quello che non si cura del “creato” nella sua globalità ma vede il “creato”come una scatola da cui attingere a piene mani il più possibile, incurante del fatto che prima o poi la scatola si svuoterà. È un pensiero che non riconosce il senso del limite e confida un po’ troppo ciecamente o nel fato, anche quello religioso, o nella illimitata capacità di soluzione dei problemi da parte dell’uomo e della tecnologia, prodotto del suo (scarso) sapere.

Io la penso esattamente all’opposto e, per questo, non solo credo che la foresta di Białowieża vada difesa con vigore dal disboscamento ma anche che, di tali foreste incontaminate, se ne debbano creare molte di più.

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(1) Białowieża è una foresta molto antica, incontaminata da circa diecimila anni, che si estende su una superficie di circa 1.400 chilometri quadrati tra Polonia e Bielorussia. Il parco nazionale polacco, Patrimonio Unesco dal 1979, copre l’area centrale (il 17% del totale). Accoglie 20 mila specie animali, compresi 250 tipi di uccelli e 62 specie di mammiferi. Inoltre ospita gli alberi più alti del continente: querce secolari, frassini di 40 metri e abeti di 50.
Fonte: Corriere della Sera
Foto
: Wikipedia, Corriere della Sera

 

Lo scimmione nudo

Vi dice qualcosa la definizione di “scimmione nudo”? Per facilitarvi nella soluzione dell’enigma non ci troviamo ne in uno zoo e nemmeno in una riserva africana ma invece, più banalmente, all’interno delle città e negli spazi di vita a noi umani molto familiari. Infatti, se ci pensate bene, quello scimmione nudo siamo proprio noi, Homo sapiens, unica specie di scimmie – tra le 193 esistenti in totale – a non essere ricoperte di pelo.

Questa definizione un po’ ironica e un po’ irriverente dell’uomo la diede per la prima volta lo zoologo inglese Desmond Morris nel suo famoso libro scientifico-divulgativo “The Nacked Ape: a zoologist’s study of the uman animal” (tradotto in italiano con il titolo “La scimmia nuda – Studio zoologico sull’animale uomo”), pubblicato nel 1967 (1).

Come osserva Morris siamo una razza estremamente capace che trascorre molto tempo ad esaminare i propri moventi più nobili ma altrettanto tempo ad ignorare quelli fondamentali rappresentati dal fatto di essere rimasta in moltissimi elementi una scimmia che si comporta ancora istintivamente e impulsivamente. Per una serie di circostanze fortunose e anche casuali siamo diventati, in breve tempo, l’animale predominante della Terra ma non ce ne dobbiamo compiacere troppo e non dobbiamo essere presuntuosi di pensare di essere eterni. Molte specie sensazionali del passato si sono estinte e noi non costituiamo un’eccezione a tale regola biologica. Prima o poi scompariremo per far posto a qualcos’altro, ma se vogliamo che ciò avvenga il più tardi possibile è necessario che cominciamo a considerarci in modo attento e spietato come esemplari biologici e cominciamo a renderci conto dei nostri limiti.

Alcuni – osserva Morris – sostengono che poiché l’uomo ha sviluppato un elevato livello di intelligenza e un potente impulso all’invenzione, sarà sempre e in ogni caso in grado di adattarsi a tutte le nuove situazioni che si verificheranno sul pianeta Terra, magari anche modificando la natura. In realtà la nostra primitiva natura animale e i nostri comportamenti opportunistici non lo consentiranno mai. Sarà solo riconoscendo apertamente i nostri limiti che avremo maggiori probabilità di sopravvivenza.

Ciò non significa – approfondisce ancora Morris – per forza un ingenuo “ritorno alla natura”, ma vuol dire semplicemente che dovremo adattare i nostri progressi dovuti all’intelligenza alle caratteristiche del nostro comportamento, aggressivo e talvolta violento. In sostanza dobbiamo migliorare in qualità piuttosto che in quantità e in forza. Potremo così continuare a progredire tecnologicamente in modo sensazionale e sbalorditivo senza necessariamente negare la nostra eredità evolutiva di rimanere pur sempre degli animali. In caso contrario i nostri compressi impulsi biologici si accumuleranno fino a far crollare la diga e tutta la nostra complessa esistenza sarà spazzata via dalla piena.

Non male come analisi per essere stata fatta quasi 50 anni fa. E, alla luce di quanto è successo in questa manciata di anni (in rapporto al tempo della nostra evoluzione), quanta ragione Morris aveva?

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(1) Desmond Morris afferma nel libro di aver “deliberatamente insultato la nostra specie, usando una espressione come “scimmione nudo” per “mantenere il senso delle proporzioni che ci obbliga ad osservare quello che accade appena al di sotto della nostra superficie di esseri superiori”.

 

L’Indonesia brucia

In Indonesia siamo finalmente arrivati alla fine del cosiddetto “Musim kabut“ come la chiamano loro, la “stagione fumosa”. Ma per mesi – circa da giugno ad ottobre – oramai da un po’ di anni, l’Indonesia ha bruciato intensamente e il fumo acre e venefico misto a cenere degli incendi con la sua coltre giallastra ha avvolto foreste, campagne, villaggi e grandi città raggiungendo, in estensione, buona parte del sud-est asiatico.

Dico a voi industriali del settore alimentare, lobbysti e scienziati da quattro soldi, sostenitori dell’olio di palma e mentitori di professione riguardo la sostenibilità della coltivazione della relativa pianta (1). Cosa se ne fanno gli indonesiani degli incendi delle foreste? Per caso, all’equatore, si scaldano per il freddo?

L'Indonesia brucia_03

L'Indonesia brucia

L'Indonesia Brucia_Singapore

f0511071 – 5th November 2007. KUALA CENAKU AREA, RIAU PROVINCE, SUMATRA, INDONESIA. An aerial picture shows the destroyed ancient peatland forest area made way for palm oil plantation in Riau province, Sumatra, Indonesia. Deforestation rates in Indonesia are amongst the highest in the world and according to recent estimates Indonesia is the third largest greenhouse gas emitter after China and the United States, mainly due to the destruction of peatland forests. Indonesia will host a major 11-day United Nations conference on global warming which begins 03 December 2007 on Bali island, with a tasked to create a plan for negotiations on a global climate change accord to come into force after the first stage of the UN's Kyoto Protocol ends in 2012. ©Greenpeace/Ardiles Rante GREENPEACE HANDOUT - NO ARCHIVE - NO RESALE - OK FOR ONLINE REPRO

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(1) Come osservato e documentato da parte di numerose fonti, da qualche anno a questa parte l’Indonesia è funestata per mesi da numerosi incendi che servono per distruggere velocemente la foresta primordiale e le torbiere umide per far spazio a coltivazioni di palma da olio, in primis, e a coltivazioni di piante da cellulosa. I fumi di questi incendi si espandono in tutto il sud-est asiatico e, oltre a rilasciare in atmosfera enormi quantità di CO2, si stima uccidano ogni anno circa 100 mila persone a causa delle conseguenze di ciò che respirano. Questo terribile fenomeno – oramai ampiamente documentato anche con l’ausilio dei droni – sta minacciando alcuni parchi naturali, habitat di numerose specie animali, tra cui gli oranghi.
Ciò che preoccupa è anche il fatto che gli incendi delle torbiere umide, la cui biomassa si accumula sotto il pelo del’acqua ed è sottoposta ad un lungo processo di maturazione che la trasforma in torba, sono degli immensi serbatoi di carbonio che, prima attraverso la loro bonifica ed essicazione e, poi, con gli incendi, rilasciano in atmosfera enormi quantità di CO2, uno dei principali gas che sta determinando il preoccupante cambiamento climatico in atto sulla Terra.
Se anche l’olio di palma non fosse così pericoloso per l’alimentazione umana (o, per lo meno, potrebbe essere paragonabile al burro) lo è invece in maniera estrema per gli equilibri biochimici della Terra.
Meditate quando mordete un bel pasticcino invitante…

 

Chi è il più intelligente?

Dopo che avrete visto il video della BBC nel quale un corvo riesce a risolvere una complessa sequenza di azioni per raggiungere il cibo, spero vi ricrederete un po’ su che cosa sia “l’intelligenza” e su chi sia l’animale più intelligente della Terra.

Sarà l’uomo che è certamente capace di produrre tecnologia complessa ma che è anche in grado di comportare seri problemi al funzionamento equilibrato del pianeta che abita oppure sarà il corvo che, pur avendo un cervello meno sviluppato in termini di massa e dimensioni rispetto all’uomo, per raggiungere i propri scopi – molto spesso nutrirsi – è in grado di studiare la realtà che lo circonda e di compiere una sequenza di azioni complesse per ottenere i propri risultati? Oppure intelligente sarà il pipistrello che, pur avendo un cervello estremamente contenuto in termini di dimensioni, è in grado di riprodurre immagini tridimensionali nella propria immaginazione che gli consentono non solo di evitare gli ostacoli ma addirittura di cacciare insetti volanti di piccole dimensioni solo attraverso la decodificazione delle onde sonore? Oppure, ancora, sarà più intelligente il delfino o l’elefante che sono in grado di creare relazioni complesse di comunicazione all’interno dei loro gruppi fino ad arrivare a “piangere” i loro  morti?

Beh, se per caso avete dei dubbi, non chiedetelo di certo all’Homo sapiens perché sicuramente vi risponderà che solo egli stesso può essere considerato l’animale più intelligente della Terra. Tutto il resto, se mai lo fosse, lo è solo in maniera embrionale e di certo viene dopo di lui.

Sono fermamente convinto che se desideriamo risolvere i numerosi problemi di sostenibilità ambientale che affliggono i nostri tempi sia assolutamente necessario cambiare prospettiva. Sono fermamente convinto che sia necessario abbandonare l’idea di essere gli unici animali intelligenti – e quindi forti – del Pianeta a cui tutti gli altri esseri viventi devono per forza piegarsi e sottostare. Essere veramente intelligenti significa capire che l’intelligenza non si misura sulla forza, sull’aggressività o sulle capacità tecniche ma piuttosto è un concetto vago, che dipende dalle particolari e uniche necessità di sopravvivenza che un animale ha dovuto sviluppare all’interno di un dato ambiente.

Su queste prospettive essere intelligenti significa allora tutto e niente. Significa sì essere in grado di costruire un GPS ma anche essere in grado di sopravvivere a lungo in una foresta o in un deserto senza un GPS.

Solo così, ragionando che ogni essere vivente che abita questo sasso blu dell’universo è a suo modo intelligente e ha diritto di avere il proprio spazio, si potranno avere delle chances reali di far perdurare il benessere dell’umanità nel futuro. In caso contrario – come purtroppo sta avvenendo – sarà solo caos e, alla fine, tra qualche manciata di decina di anni, credo che gli unici vincitori nella dura lotta per la sopravvivenza potranno essere solo gli insetti.

 

Quattro seri problemi per la Terra

I media sono tutti infarciti di piccole beghe e trabocchetti politici, di scontri religiosi, di cronaca nera, gossip, sport, tecnologia e auto. Qualche breve articolo ai margini o nelle pagine più lontane da quelle più lette ospita argomenti vagamente “ecologici” come la solita casa green, il solito animale in difficoltà, la solita energia rinnovabile, il solito orto o alveare sui tetti. Per carità tutte cose nobili che sono assolutamente da copiare e, anzi, da divulgare affinché anche altri le possano fare proprie.

Quello che però manca nel sistema di comunicazione di massa sono i grandi temi, quelli che riguardano la possibilità della sopravvivenza di un’umanità in crescita su un pianeta – la Terra – che è sempre più piccolo e fragile. Sembra quasi che non se ne parli per scaramanzia, per paura di affrontare un problema di cui noi uomini comuni identifichiamo solo piccoli frammenti che notiamo nella loro portata globalie solo negli anni. Oppure, per fare un po’ di dietrologia, sembra che non se ne parli per non “disturbare” chi – anche proprietario dei mezzi di comunicazione di massa – si sta enormemente arricchendo su pratiche insostenibili dal punto di vista ambientale (petrolio, carbone, miniere, cemento, carne e chi più ne ha più ne metta) ipotecando il nostro benessere e il nostro futuro sulla Terra a garanzia della loro ricchezza. Questi sono forse poi quelli che, pieni di soldi e perfettamente consapevoli della loro follia distruttiva, propongono e finanziano esplorazioni spaziali fino ad arrivare addirittura ad ipotizzare la colonizzazione di Marte…

Visto che il sistema di comunicazione di massa lo fa poco e male, cercherò di fare io la mia piccola parte evidenziando una notizia che dovrebbe riempire le prime pagine dei giornali e le copertine dei telegiornali. Qualche mese fa sulla rivista scientifica Science un gruppo di ricercatori (1) ha pubblicato uno studio nel quale, su nove temi, vengono identificati i quattro aspetti riguardanti l’equilibrio planetario che sono stati già irrimediabilmente alterati dall’uomo e dalle sue attività o sono in procinto di esserlo.

1. Cambiamenti climatici
Da questo punto di vista gli autori sostengono che per evitare una catastrofe la concentrazione di CO2 non debba superare i valori compresi tra 350 e 400 ppm (parti per milione). Gli ultimi dati disponibili hanno certificato che attualmente ci si trova ad una media di 400 ppm e, pertanto, su questo fronte, non si hanno troppi margini di manovra e non si deve perdere troppo tempo in inutili mediazioni politico-economiche.

2. Erosione della biodiversità
La perdita di biodiversità è un fenomeno naturale all’interno di sistemi (come quello della Terra) che si trovano in un continuo equilibrio dinamico tra le specie viventi e gli elementi chimico-fisici. Perché sia sostenibile si ritiene che il massimo tasso di perdita di specie sia di 10 su un milione l’anno. Gli ultimi dati disponibili certificano che tale tasso di erosione della biodiversità è superato fino a 100 volte con conseguenze a catena sugli equilibri più generali che sono estremamente difficili da prevedere. Anche qui c’è poco da mediare: bisogna agire.

3. Cambiamento d’uso dei suoli
Secondo gli esperti i suoli forestali dovrebbero essere difesi da speculazioni agricole e minerarie e si dovrebbe conservare almeno il 75% di quelli originari. Gli ultimi dati disponibili certificano che in alcune aree del Pianeta si è scesi anche al di sotto del 60%. Tra i paesi meno virtuosi vi è il Brasile mentre l’Africa equatoriale e l’Asia meridionale, nonostante i forti disboscamenti del recente passato e attuali, riescono ancora a mantenersi a livelli lievemente superiori a tale indice.

4. Flusso del fosforo e dell’azoto
L’agricoltura intensiva e industriale (che è anche una delle principali cause della deforestazione) provoca enormi disequilibri nel ciclo dell’azoto e del fosforo, necessari alla fertilità dei terreni e alla loro produttività. Gli ultimi dati disponibili attestano che l’uso eccessivo di fertilizzanti chimici e il pessimo trattamento delle deiezioni animali (appartenenti principalmente all’allevamento intensivo) stanno irrimediabilmente alterando terreni, i corsi d’acqua dolce e i mari.

Cari politici, cari leader religiosi, cari economisti, cari imprenditori e cari cittadini oramai i dati che attestano la presenza di problemi per il nostro futuro sereno su questo Pianeta sono sempre più numerosi e sempre più precisi. Non possiamo più fare finta di nulla pensando che i problemi si risolveranno da soli o che la tecnologia troverà sempre una soluzione. Purtroppo è triste dirlo ma, sostenendo il nostro attuale sistema, ci stiamo ammanettando tutti assieme, con le nostre mani, alla stessa… BOOOOOMBA! (cit.)

Le soluzioni da provare per tentare di cambiare le cose ci sono e forse è giunta l’ora che si cominci a cercare di praticarle.

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(1) Gli studiosi sono gli stessi che nel 2009 pubblicarono su Nature una ricerca simile nella quale si interrogarono sui limiti del Pianeta per comprendere quale potesse essere il contributo dell’uomo all’alterazione irreversibile dei suoi equilibri.
Grafico: Il grafico riporta l’analisi dei nove principali problemi che riguardano la Terra e dei loro livelli di alterazione.

Grafico

 

Vaquita

Il nome “vaquita” (piccola mucca in lingua spagnola) è tutto un programma. Non si riferisce ad un animale terrestre erbivoro di grandi dimensioni con un grande naso e dallo sguardo un po’ triste ma, più precisamente, ad un mammifero marino: la focena del Golfo di Caifornia (Phocoena sinus). Si tratta di uno dei più piccoli cetacei esistenti (circa 150 cm di lunghezza per circa 50 kg di peso) che è molto schivo all’uomo e che vive in una zona estremamente limitata della parte settentrionale del Golfo di California (Mare di Cortez) [vedi immagine]. La vaquita presenta una colorazione grigio scura sul dorso e grigio chiara sul ventre, ha un grande anello nero intorno agli occhi e delle macchie sul labbro tanto che, come commenta un ricercatore, “questi animali sembrano truccati, con rossetto e mascara intorno agli occhi”. Questo cetaceo vive in lagune basse e scure situate lungo la costa e raramente è stato avvistato in acque più profonde di 30 metri. La vaquita è così schiva che vi sono pochissime segnalazioni di essa in natura e quello che sappiamo su di lei spesso o deriva dallo studio degli esemplari morti oppure da strumentazioni elettroniche posizionate in mare.

Areale VaquitaLa vaquita non è cacciata direttamente dall’uomo ma, dal momento che nuota e si alimenta molto lentamente, finisce facilmente intrappolata nelle reti da pesca – sia legali che non – che vengono impiegate per pescare un altro pesce endemico del Golfo di California, il totoaba (1), molto richiesto soprattutto dai cinesi a causa della sua vescica natatoria che viene utilizzata sia come cibo ma, soprattutto, come rimedio nella medicina tradizionale e può raggiungere migliaia di dollari al chilo (2).

La vaquita è oramai sull’orlo dell’estinzione tanto che, si stima, ne esistano attualmente solamente 97 esemplari. Il problema del declino della specie è noto sin dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso (quando, molto probabilmente, ne esistevano circa un migliaio di individui) ma si sta manifestando in tutta la sua gravità solamente in questi ultimi anni nonostante gli interventi sovranazionali di difesa della specie e gli sforzi economici del governo messicano che ha investito tutte le risorse possibili per ottenere il risultato sperato. Le attuali previsioni, in base alle caratteristiche della popolazione attuale, sanciscono la scomparsa definitiva di tale cetaceo intorno al 2018.

Vaquita_Andrew-Wright_WEBL’umanità potrà sopravvivere benissimo anche senza vaquita perché, data la sua limitata diffusione nel mondo e il suo già esiguo numero originario, la sua scomparsa non rappresenterà una grande perdita, né in termini di nutrimento né per altro scopo. L’estinzione della vaquita, però, rappresenta il fallimento dell’agire umano nel suo complesso perché dimostra come le nostre attività siano fortemente invasive nei confronti degli equilibri naturali da essere potenzialmente in grado non solo di far estinguere un piccolo e insignificante cetaceo ma anche di influire profondamente su altri equilibri – come gli oceani o le foreste – ben più importanti per la possibile sopravvivenza armonica di 7 e oltre miliardi di individui. Nonostante la nostra consapevolezza dei problemi che il nostro agire arreca agli ecosistemi, molto spesso non siamo in grado di invertire la rotta.

Per dimostrare a noi stessi che siamo veramente “intelligenti” (come ci autodefiniamo) e di non autoannientarci miseramente è pertanto necessario che facciamo di tutto per salvare la vaquita. Le azioni da mettere in campo sono tante ma, a mio avviso, per prima cosa dobbiamo eliminare filosoficamente il denaro dal rappresentare l’unico scopo della vita: il denaro è utile per vivere ma non dobbiamo sacrificare ad esso la nostra vita, la nostra salute e il Pianeta dove viviamo. In secondo luogo poi,come ho più volte motivato, dobbiamo iniziare a considerare le aree più significative e più vulnerabili della Terra come delle aree super-protette, collegate in rete tra loro, disponibili solo per la vita selvaggia e totalmente inaccessibili a qualsiasi attività umana, anche la più apparentemente benefica (o meno negativa) quale può essere la ricerca scientifica o il turismo.

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(1) Il totoaba è anch’essa una specie di pesce in pericolo di estinzione che si presenta molto simile alla vaquita potendo raggiungere una lunghezza di 1,8 metri e pesare fino a 136 chilogrammi.
(2) Le vaquite rimangono impigliate principalmente nelle reti illegali che vengono disseminate nel Mare di Cortez per pescare il totoaba, un pesce la cui pesca è vietata ma che è molto richiesto dal mercato cinese. Nonostante il fatto che i pescatori vengano risarciti per le mancate entrate economiche derivanti dalle limitazioni della pesca, solamente pochi di essi riescono a resistere alla tentazione di avere molti soldi dalla vendita illegale dei pesci vietati e, di conseguenza, pescano il totoaba e, indirettamente, causano la morte delle vaquite.
Fonte: Wikipedia; National Geographic

 

Ad Oslo inaugurata un’autostrada per gli insetti

È da tempo che affronto il problema della perdita di biodiversità e che propongo soluzioni drastiche quale unica via d’uscita. In particolare ritengo sia necessaria la costruzione di una rete ecologica planetaria (che chiamo “cintura ecologica”) che sia in grado di far vivere e viaggiare animali e piante liberamente, senza ostacoli dovuti alla modificazione sempre più profonda della natura da parte dell’uomo.

Mentre in Italia si discute di realizzare grandi opere – le solite – con la scusa del progresso del Paese ma con il desiderio celato di far arricchire i soliti e dare potere ai soliti altri, nella civilissima Norvegia, ad Oslo, si realizza la prima autostrada urbana per insetti.

Si, non siete sordi e nemmeno un po’ matti. E non lo sono nemmeno io. Avete proprio capito bene. Su proposta della Società di Giardinaggio della capitale del Paese scandinavo e con il beneplacito della politica locale, è stato realizzato un lungo percorso cittadino fatto di fiori e piante che sia in grado di nutrire api, farfalle, calabroni e altri insetti in modo tale che non abbiano troppo stress nei loro spostamenti urbani.

Per realizzare questa bellissima autostrada non si sono dovuti fare cantieri, non si è dovuto produrre calcestruzzo e gettare cemento armato, non si è dovuta fare alcuna movimentazione di terra o deviazione di corsi d’acqua mediante l’ausilio di pale meccaniche. Non si è nemmeno dovuta fare alcuna gara d’appalto con conseguenti illeciti e infiltrazioni mafiose. Ci si è preoccupati semplicemente di organizzare, in maniera oculata e professionale, il posizionamento di vasi di fiori sui tetti o sui balconi e terrazzi delle case, lungo un percorso che va da est a ovest di Oslo. Così ogni 250 metri circa i nostri piccoli fratelli invertebrati trovano un “punto di ristoro”, un “fast food” che sia in grado di nutrirli e far loro superare lo stress prodotto dalle manipolazioni umane sull’ambiente e sulla natura.

L’obiettivo dei promotori di questa lungimirante iniziativa non è solamente quello di preservare la biodiversità, ma anche quello di cercare soluzioni per svilupparla tenendo conto che in Europa si sta verificando la progressiva estinzione di 6 specie di insetti su 35.

Quando vedo concretizzarsi iniziative così apparentemente insignificanti ma così profonde nell’analisi dei problemi e nella ricerca di possibili soluzioni mi viene in mente quella bellissima frase di Haruki Murakami che recita: “Il tempo può risolvere molti problemi. Ma quelli che il tempo non può risolvere, li dobbiamo risolvere da soli”.

 

Where is my forest?

Where is my forest?” è il titolo di una foto molto bella del sudafricano Ian Johnson, finalista per la categoria “World in our hands” (Il mondo nelle nostre mani, ndt), che ho visto recentemente alla mostra fotografica “Wildlife Photographer of the Year(1) presso il Forte di Bard, in provincia di Aosta.

Quello che mi ha colpito della foto in questione e che viene ben descritto dall’immagine colta dall’autore, è il fatto che il gorilla grigio immortalato abita, assieme a circa altri 480 animali, nella foresta del Volcanoes National Park, in Ruanda, un parco che oramai è completamente circondato da coltivazioni ed aziende agricole. I gorilla superstiti vivono quasi in prigione entro i confini del parco e, se per caso ne dovessero superare il perimetro non recintato, sono oggetto di uccisioni o di aggressioni da parte dei contadini che si vedono distruggere le colture che, tra l’altro, vorrebbero sempre più far avanzare. Si tratta del vecchio problema della possibile convivenza tra animali selvatici e uomo. I primi hanno bisogno di spazio per gestire il territorio, per cercare il nutrimento e per accudire i cuccioli; i secondi cercano di conquistare sempre più aree per la gestione delle loro attività economiche, per produrre cibo e per incrementare il loro benessere. Il tutto in un conflitto continuo.

La solitudine del gorilla immortalato nella foto mi fa pensare al fatto che il problema della necessaria convivenza tra uomo e animali può essere risolto principalmente attraverso due strade, che rappresentano un ulteriore passo in avanti alle azioni messe in piedi nei decenni passati per preservare specie animali in pericolo e vicine all’estinzione attraverso la creazione di aree protette.

Where is my forest

Nel presupposto che la salvaguardia degli animali selvatici non sia un mero piacere estetico o un capriccio da ricchi e intellettuali ma sia la base della biodiversità e della sopravvivenza futura dell’uomo, la prima strada da percorrere è quella del decremento demografico della popolazione umana mondiale. Sembrerà una cosa che non c’entra molto ma bisognerà iniziare seriamente a pensarci perché non si può pensare di salvare animali, soprattutto se di grossa taglia come i gorilla, gli elefanti, i rinoceronti, i leoni, le tigri e molti altri che hanno bisogno di enormi territori, se non si pone un freno all’aumento della popolazione umana mondiale che, giustamente, nell’ottica della ricerca del benessere per tutti, deve e vuole avere a disposizione un’elevata quantità di territori e risorse.

La seconda strada è rappresentata dalla necessità che vengano individuate delle aree protette, sempre più ampie come estensione territoriale, che siano totalmente inaccessibili all’uomo e nelle quali la natura possa fare liberamente il proprio corso. A differenza di quelle attuali che risultano distribuite a macchia di leopardo su territori normalmente inospitali o poco accessibili e che si finanziano attraverso il turismo e, talvolta, la caccia grossa, si deve invece trattare di aree che vengono messe in rete l’una con le altre e che siano separate dalle attività umane da zone cuscinetto accessibili solo per attività turistiche. Solo così si potrà sperare di ottenere risultati duraturi nella difesa delle specie animali in pericolo e della salvaguardia della biodiversità perché i parchi naturali ad ora esistenti si stanno dimostrando inefficaci a contenere quell’innato desiderio dell’uomo di colonizzare e di espandere le proprie attività.

Mi rendo conto che entrambi gli obiettivi sono molto impegnativi ed estremamente complessi da realizzare ma li vedo l’unica strada che dobbiamo iniziare a percorrere. Per farlo dobbiamo cominciare a pensare che almeno una parte del Pianeta (sia la terra che il mare) non ci appartiene e non è – e non dovrà esserlo mai – a nostra disposizione.

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(1) Si tratta dell’evento fotografico più prestigioso e importante del suo genere ospitato nel Forte di Bard per la prima tappa italiana del tour mondiale. Il “Wildlife Photographer of the Year” è un premio creato per la prima volta nel 1965 da parte del Natural History Museum di Londra in collaborazione con il Bbc Wildlife Magazine che ha raccolto, in questa cinquantesima edizione, ben 42.000 concorrenti provenienti da 96 paesi. Cento sono le immagini premiate suddivise in 18 categorie. Attraverso la lente della fotografia naturalistica la mostra coglie l’intrigo e la bellezza del nostro pianeta, dandoci un punto di vista molto profondo del mondo naturale.
Foto: Ian Johnson

 

Attenzione: animale sanguinario

Attenzione: animale sanguinario in mare! Il più pericoloso della Terra.

Ogni anno massacra milioni di esseri viventi, spesso senza ragione. Addirittura riesce ad uccidere e mutilare brutalmente (1) esseri della sua stessa specie. È anche in grado di devastare in poco tempo il proprio ecosistema tanto da mettere a repentaglio la sua stessa sopravvivenza. È poi particolarmente furbo e aggressivo, soprattutto in branco, ed è meglio stare lontano dal suo territorio. Per celebrare la sua terribile fama è stato anche protagonista di numerose pellicole cinematografiche che hanno terrorizzato grandi e piccini.

Fate attenzione alla foto perché accanto a lui vedrete nuotare, pacificamente, un enorme squalo bianco (2).

Squalo bianco con sub

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(2) Con la guerra e con le armi
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Ogni anno 10 milioni di squali muoiono agonizzanti a causa del finning [vedi il video], una pratica inumana che consiste nel tagliare le loro pinne e di gettare i loro corpi ancora in vita nel mare. Gli squali morenti o vengono divorati da altri pesci mentre sono ancora in vita oppure muoiono annegati a causa della loro impossibilità a muoversi. Le pinne raccolte vanno ad alimentare il mercato asiatico del cibo che considera la zuppa di pinne di squalo una vera prelibatezza.

 

Chi conosce il pangolino?

Anch’io, che sono un appassionato di animali e quando ero bambino letteralmente “divoravo” libri che ne parlavano e ne riconoscevo una grande quantità fin dalla tenera età, faccio fatica a mettere a fuoco il pangolino. So, bene o male, che forse potrebbe assomigliare vagamente ad una specie di faina ma non ne ricordo bene né il colore e nemmeno ricordo l’habitat in cui vive e di cosa si nutre. Non so neanche bene di che taglia sia. In effetti è un animale di cui si parla poco e che non rientra nemmeno nell’immaginario dei bambini, libri o peluche che siano. Con i nostri figli non ne imitiamo il verso e nemmeno facciamo riferimento ai suoi difetti o alle sue virtù. E questo ci aiuterebbe a riconoscerlo anche a noi adulti.

In effetti si tratta, ora che ho approfondito, di un mammifero un po’ particolare visto che è l’unico che al posto del pelo è dotato di scaglie protettive che lo ricoprono quasi interamente e che gli consentono di appallottolarsi per difendersi in caso di minaccia e di attacco. Esso è una specie di formichiere che vive un po’ ovunque nelle zone tropicali, dall’Africa all’Asia e ne sono stati rinvenuti fossili in Europa e in America settentrionale, a conferma della sua passata ampia diffusione.

Il pangolino, come tanti animali ora che l’uomo è diventato predominante e che ha colonizzato tutti gli ecosistemi, è un animale classificato prossimo all’estinzione da parte dell’IUCN (International Union for the Conservation of Nature and Natural Resources) (1). Le ragioni di tale stato compromesso di conservazione risiedono, purtroppo, sempre nelle due tipiche cause che lo determinano e che lo hanno determinato anche per altri animali: il commercio illegale per ragioni ludiche e la caccia sia per la prelibatezza della carne che per il presunto uso medicinale (nella medicina tradizionale cinese) delle scaglie. Si pensi, ad esempio, che in Vietnam 1 kg di pangolino può arrivare a costare addirittura 200 dollari.

Come osserva il giornale britannico The Guardian, il problema del pangolino è che, soprattutto in alcune aree del mondo come Vietnam e Cina meridionale, oltre ad essere utilizzato nella medicina tradizionale, la sua carne viene considerata una prelibatezza e mangiarlo è considerato una sorta di status symbol che dimostra ricchezza e conferisce una certa posizione sociale. Per tale assurda ragione si calcola che negli ultimi 10 anni siano stati cacciati e uccisi illegalmente più di un milione di pangolini. Questa situazione alimenta, inoltre, sempre di più il bracconaggio e lo estende anche in aree geografiche dove il pangolino non è generalmente cacciato per la sua carne: l’Africa.

Dopo essere venuti a conoscenza di ciò, chi può ancora osare di definire l’uomo “l’essere superiore”? Chi può ancora sopportare di sentire definire l’uomo “l’essere intelligente”? Io personalmente provo disgusto per l’assurdità di questa umana ignoranza – fatta di credenze, superstizioni ma anche di mancata conoscenza del ruolo che hanno gli animali nel mantenimento della salute e dell’equilibrio del Pianeta – e ribadisco la necessità che la biodiversità venga difesa strenuamente non solo da parte degli zoologi, degli scienziati e degli ambientalisti, ma anche che coinvolga, più in generale, il sistema culturale e produttivo attraverso pratiche che la insegnino alle persone e che non contribuiscono, anche solo indirettamente, alla sua distruzione.

È anche troppo semplicistico dire: “E io cosa posso fare?“. Anche se, immagino, non facciamo uso di carne di pangolino, cerchiamo di far sentire la nostra voce, facciamo o aderiamo a campagne di sensibilizzazione e mostriamo profonda indignazione verso tali pratiche, magari anche solo insegnando ai nostri figli il dovere di rispettare gli animali, tutti gli animali, al di là dei soliti animali domestici.

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(1) IUCN – Comitato italiano

 

Io freno anche per i ricci

È oramai primavera inoltrata e i ricci (1), dopo essere usciti dal letargo ai primi caldi soli, sono nel pieno della loro attività. I ricci sono animali notturni caratterizzati dalla presenza di aculei (ben 6-7 mila) nella parte superiore del loro corpo, evoluzione dei peli per scopi di difesa dai predatori.

Questi aculei rappresentano la loro fortuna evolutiva ma anche la loro condanna moderna. Infatti sono talmente efficaci contro i predatori che l’animale, in caso di pericolo, ha sviluppato l’istinto di appallottolarsi e di mettere la testa sotto il ventre per rimanere lì. Fermo. Ad aspettare che il pericolo se ne vada.

Purtroppo i pericoli moderni per i pochi ricci superstiti in un ambiente fortemente antropizzato e sottoposto ad agricoltura intensiva com’è quello delle nostre campagne, non sono più in larga parte i rapaci o i piccoli carnivori. Tali pericoli sono invece rappresentati dagli autoveicoli che sfrecciano sempre più numerosi e sempre più veloci nel nostro reticolo stradale urbano.

riccio investito

Per questo e per evitare inutili stragi, a chi per strada mi sta dietro dico di fare attenzione perché… io freno anche per i ricci!

P.S. Scaricate il cartello, stampatelo e attaccatelo sul vetro della vostra auto per segnalare che anche voi frenate per i ricci.

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(1) Il riccio è un mammifero notturno appartenente alla specie degli Erinaceidi caratterizzato dalla presenza di aculei sulla parte superiore del corpo che fungono da sistema di difesa dai predatori. l riccio è un animale onnivoro la cui dieta include insetti, lumache, rane, uova di uccelli e vari vegetali. Ama la frutta, i vermi e tutti gli animaletti che popolano il sottobosco. Può arrivare a mangiare uccelli di piccola taglia, topi e serpenti. Il riccio può anche affezionarsi alle persone e, per questo, può vivere anche in ambienti domestici.

Foto: il corpo di un riccio investito per strada – foto di Matteo Di Nicola

 

Le piante imparano dall’esperienza e memorizzano nel tempo

Stefano Mancuso (1) – scienziato, professore associato di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree nonché responsabile del LINV (Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale) dell’Università di Firenze – assieme ai ricercatori dell’University of Western Australia Monica Gagliano, Michael Renton e Martial Depczynski, ha sottoposto a stimoli di varia natura alcune piante di Mimosa pudica (2), un arbusto che, se stimolato, è in grado di chiudere le proprie foglie. La reazione di tale pianta, immediata è visibile senza l’ausilio di sofisticati microscopi, ha consentito agli studiosi di analizzare le risposte a diverse tipologie di sollecitazioni, sia innocue che pericolose, come il contatto con un insetto.

“Abbiamo addestrato le piante ad ignorare uno stimolo non pericoloso, come la caduta da un’altezza di 15 cm del vaso dove sono coltivate – spiega Mancuso – ripetendo più volte l’esperienza. Dopo alcune volte la pianta ha iniziato a “capire” e a non chiudere più le foglie, risparmiando energia”. “Inoltre – spiega sempre il ricercatore – abbiamo allevato le piante in due gruppi separati con disponibilità di luce differente e abbiamo osservato che quelle coltivate a livelli luminosi inferiori, con meno energia a disposizione, tendono ad apprendere più in fretta di quelle che ne hanno di più, comportandosi come se non volessero sprecare risorse”. “Le piante – precisa Mancuso – hanno anche mantenuto memoria delle esperienze fatte per oltre 40 giorni”.

Le conclusioni di questo studio, pubblicate sulla rivista scientifica Oecologia, dimostrano sia che le piante sono in grado di apprendere delle informazioni sia che sono in grado di memorizzare nel tempo le informazioni apprese.

La ricerca e le conclusioni a cui è giunta dimostra due concetti fondamentali per la sostenibilità ambientale, che sono la base concettuale di Bioimita e della bioimitazione:

  1. per sopravvivere in natura non è consentito sprecare energia: massima efficienza significa maggiori probabilità di vita duratura;
  2. in natura gli esseri viventi – comprese le piante – sono “progettati” e si sono evoluti per fare esperienza e per avere memoria di tale esperienza: questo garantisce maggiori probabilità di sopravvivenza perché, nei diversi comportamenti, si può tenere conto degli errori già commessi per non ripeterli.

La similitudine dei comportamenti umani con quelli dalla ricerca relativi all’apprendimento (anche) delle piante è molto evidente. Illusi dall’ubriacatura tecnologica pensiamo di essere invincibili e di essere in grado di poter risolvere con la tecnica (le macchine, l’elettronica o la biotecnologia) tutti i vari problemi che inevitabilmente ci si presentano. Invece, a mio avviso, ci dobbiamo comportare come la Mimosa pudica (e altre piante che non abbiamo ancora compreso): dobbiamo iniziare ad essere efficienti nel consumo dell’energia, in quanto scarsa; dobbiamo iniziare a fare veramente esperienza dagli errori del passato e utilizzare tale esperienza per operare rapidi cambiamenti dei nostri comportamenti.

Solo così – e attraverso l’applicazione delle altre pratiche di imitazione della natura – avremo più probabilità di superare le inevitabili avversità della vita e di garantirci un futuro di benessere e prosperità in armonia con ciò che ci circonda.

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(1) Stefano Mancuso, oltre ad essere un ottimo comunicatore e divulgatore scientifico, è anche uno dei fondatori della neurobiologia vegetale, una nuova disciplina che studia i segnali e la comunicazione delle piante a tutti i livelli di organizzazione biologica, dalle singole molecole alle comunità ecologiche. È autore di numerosi libri sulla comunicazione e sul comportamento dei vegetali.

(2) La Mimosa pudica è una piccola pianta di origine tropicale appartenente alla famiglia delle Mimosacee che deve il proprio nome alla sua capacità di rispondere a stimoli tattili o a vibrazioni richiudendo le foglie su se stesse. Per queste sue caratteristiche è stata a lungo oggetto di studi.

 

I leoni non sono animali violenti (2)

Il video dove Kevin Richardson (1) abbraccia i suoi leoni è commovente e dimostra che, con il rispetto, con la comprensione e con la giusta empatia basata sulla fiducia nei loro confronti, anche animali carnivori selvaggi come i leoni e le iene (biologicamente progettati ed evoluti per attaccare ed uccidere altri esseri viventi) possono dimostrare affetto verso gli esseri umani, senza aggressività e violenza gratuita.

Naturalmente quello che fa Kevin Richardson risulta essere una cosa molto pericolosa non comune che non deve essere ASSOLUTAMENTE messa in pratica da chi non abbia profonda conoscenza degli animali selvatici. Dal video, però, si capisce che con la giusta dose di rispetto reciproco, evitando forzature per scopi di divertimento attraverso addestramenti innaturali, si possono stabilire con gli animali selvatici legami di “amicizia” molto profondi.

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(1) Kevin Richardson, dopo essersi laureato in anatomia e fisiologia, ha iniziato a lavorare in un parco sudafricano che accoglieva leoni. Da allora la sua vita è totalmente cambiata perché, attraverso un metodo particolare di approccio ma anche attraverso un indubbio talento personale, ha iniziato ad instaurare con gli animali selvatici dei rapporti unici. Questo gli ha permesso anche di divulgare lo stato di grave pericolo in cui versano i leoni in Africa, dove se ne contano dai 15 ai 30 mila esemplari, numeri in forte calo rispetto ai decenni passati. Kevin Richardson è fondatore dell’associazione “The Lion Whisper” che si occupa di proteggere i leoni ed altri animali selvatici ed attualmente gestisce in Sudafrica una riserva privata: il “Wildlife Sanctuary”.

 

Una cintura… ecologica

In merito al recente ritrovamento di alcuni lupi uccisi a fucilate o massacrati a bastonate in Maremma, il giornale toscano “La Nazione” titola: “Lupi uccisi: è una guerra, non una caccia. Sospetti sugli allevatori di ovini”. Il problema – sempre secondo il giornale in questione – sono le migliaia di pecore trovate morte sgozzate o agonizzanti che hanno decimato produzione e portafogli di chi aveva nell’allevamento degli ovini l’unica fonte di sussistenza e che hanno spinto gli allevatori a passare ai fatti non rispettando più la legge o non tenendo conto dei progetti provinciali di protezione delle greggi dagli attacchi del lupo. “L’abbattimento dei lupi – ha osservato Luca Sani, Presidente della Commissione Agricoltura alla Camera – è motivo di seria preoccupazione. Tuttavia sarebbe da irresponsabili tenere la testa sotto la sabbia e non riconoscere che questa prassi rappresenta un segnale preoccupante dell’esasperazione degli allevatori”.

La notizia che ho descritto dimostra oramai una cosa che penso da tempo: la convivenza tra uomo e animali selvatici è oramai divenuta IMPOSSIBILE ed è un’utopia pensare, anche attraverso i più avanzati progetti ecologici e naturalistici, di poterla in qualche modo realizzare. Tutte le iniziative, anche se sembrano funzionare nel breve periodo, poi, con il passare del tempo, dimostrano lacune e scontri irrisolvibili tra uomo e animali. Lo dimostrano gli attacchi degli agricoltori nei confronti dei lupi in Toscana. Ma anche quelli nei confronti degli orsi in Trentino o in Germania. Per non parlare di quelli nei confronti degli elefanti e dei rinoceronti in Africa oppure quelli nei confronti di altri animali selvatici in giro per il mondo che non rientrano nella nostra dimensione comunicativa e che, pertanto, non percepiamo.

I motivi di tutto ciò sono molto semplici da comprendere: l’uomo, con i suoi 7 e passa miliardi di individui e con tutte le attività economiche ad essi correlate, si sono oramai spinti negli angoli più remoti del Pianeta, tanto da entrare in conflitto anche con ecosistemi periferici, come possono essere quelli delle montagne, della savana, della foresta più profonda e addirittura dell’Artide e dell’Antartide. Il rapporto “pacifico” che ancora vagamente perdura tra uomo e animale selvaggio è quello all’interno dei parchi naturali, ma è mediato sempre dagli interessi economici rappresentati dai turisti. Appena questi ultimi spariscono, vengono a mancare anche gli interessi per gli animali, che in pochi anni vengono a soccombere sotto l’aggressività (e la capacità omicida dovuta alle armi da fuoco) dell’uomo.

Dal momento che la biodiversità è assolutamente da difendere per preservare la sopravvivenza dell’uomo sulla Terra e dal momento che per difendere la biodiversità si devono preservare gli ambienti e gli animali selvatici, penso che l’unica strada che si possa percorrere a tale riguardo sia quella di creare delle cinture ecologiche (1) terrestri e marine sparse su tutto il Pianeta, interconnesse tra loro come una sorta di rete globale. Da tali cinture ecologiche deve essere tassativamente escluso l’uomo e tutte le sue attività economiche, senza deroga alcuna. In esse nemmeno gli scienziati vi dovranno accedere!

Solo così, in qualche centinaia di anni, si potrà sperare di ricreare degli ecosistemi selvatici, insostituibili serbatoi di biodiversità per le generazioni future e per la salute della Terra.

Ogni Paese, ogni comunità, ogni abitante del Mondo dovrà essere disposto a rinunciare a una parte del proprio territorio e ad una piccola parte di pretese economiche per costituire questa enorme cintura ecologica, azione inevitabile per garantire continuità di vita sulla Terra.

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(1) Delle caratteristiche tecniche delle cinture ecologiche ne parlerò nei dettagli in un prossimo articolo.

 

L’Amazzonia muore

Non servono parole per descrivere la follia…

Ettaro dopo ettaro la foresta amazzonica sta lentamente morendo. Mangiata dalla deforestazione selvaggia, dagli incendi per destinare nuove terre all’agricoltura e agli allevamenti intensivi, all’estrazione mineraria, a nuove strade. Così la foresta pluviale più grande al mondo, secondo i dati dell’agenzia spaziale brasiliana, è diminuita di oltre un terzo nel corso dell’anno passato. Mentre secondo uno studio pubblicato sul londinese “Regional Environmental Change”, negli ultimi 3 anni nella parte brasiliana della foresta (il 60% della superficie totale) sono state costruite oltre 50 mila nuove strade”.

Un reportage, firmato dal fotografo Nacho Doce per l’agenzia Reuters, testimonia questa devasazione. Il titolo: “Amazzonia, da paradiso a inferno” (Reuters)

[vedi foto]

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Fonte: Corriere della Sera

 

Stefano Mancuso e l’intelligenza delle piante

Diecimila anni fa l’uomo, imparando a coltivare le piante, ha dato vita alla civiltà, cioè la civiltà umana nasce proprio con l’agricoltura. Oggi, se noi riusciamo a comprendere meglio le piante, probabilmente daremo una mano a farla continuare, la civiltà

Questo è quanto osserva il prof. Stefano Mancuso a conclusione della propria intervista del 29 settembre 2013 a “Che Tempo Che Fa“, su Rai3.

Mi fa piacere non essere il solo a pensare che lo studio approfondito della natura e la sua imitazione sarà il vero progresso e potrà contribuire a salvaguardare la civiltà per il futuro.

Per approfondire:

Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale

The Plant Intelligence Project

 

Le tartarughe di Mondello

Mi riferisco proprio a quella Mondello, la “spiaggia” di Palermo, dove si riversano migliaia e migliaia di turisti e migliaia e migliaia di locali, concentrati soprattutto nei fine settimana.

Quest’estate, a Mondello, ci siamo andati anche noi per rilassarci e rinfrescarci da una calda giornata trascorsa a visitare la città. Nella spiaggia che abbiamo scelto e nella quale abbiamo mollemente adagiato le nostre stanche membra siamo rimasti colpiti da una strana e inusuale (per il luogo) rete metallica segnalata da alcune bandiere del WWF. Alla nostra richiesta di informazioni in merito ci è stato risposto che si trattava di un luogo dove, qualche settimana prima, una tartaruga marina aveva deposto alcune uova.

Proprio li, in mezzo a tutti e a tutto!

 

Dai giornali apprendo che finalmente le uova si sono schiuse. Ai piccoli auguro buon viaggio e lunga vita…

Foto: il nostro pomeriggio a Mondello (PA)

 

Sophora toromiro

Il nome è simpatico e sembra più quello di un manga giapponese piuttosto che quello di un raro essere vivente ad un passo dall’estinzione.

Al di là delle battute, la Sophora toromiro è una pianta endemica dell’Isola di Pasqua, appartenente alla famiglia delle Leguminose dall’aspetto e dalle caratteristiche piuttosto anonime. Essa, prima a causa della pesante deforestazione che ha interessato l’Isola nella prima metà del XVII secolo e poi a causa dei pascoli intensivi, è diventata sempre più rara fino ad estinguersi allo stato selvatico intorno alla metà del XX secolo. Un contributo diretto alla quasi estinzione sembra averlo fornito anche l’uomo che impiegava indiscriminatamente il piccolo tronco di tale pianta per intagliare statuette e oggetti cerimoniali.

Fortunatamente la Sophora toromiro sopravvive ancora e solo per miracolo non viene annoverata tra le specie definitivamente scomparse dalla Terra dal momento che dall’ultimo esemplare ancora allo stato selvatico sono stati staccati alcuni ramoscelli, poi oggetto di tentativi di trapianto e riproduzione nelle serre di diverse università. Da questi tentativi solo il Giardino Botanico Val Rahmeh di Mentone è riuscito a far riprodurre la Sophora toromiro all’aria aperta e a non privarci della sua unicità.

La triste storia di questa pianta racconta ancora una volta l’assurdo agire dell’essere umano, ingiustamente (auto)definito “intelligente”. Quello che mi colpisce è vedere quello che sono riusciti a fare poche migliaia di uomini sull’Isola di Pasqua (1) con poche risorse e poca energia e quello che, potenzialmente, potrebbero fare sull’intero pianeta Terra miliardi di esseri umani dotati di tanta energia, tante materie, tecnologia sofisticata, fanatismo economico, religioso e ideologico.

Le modalità della quasi estinzione della Sophora toromiro devono essere un monito perché ci si renda conto che tutti gli esseri viventi della Terra hanno ruolo importante (anche se apparentemente invisibile) e che nelle diverse attività ci deve essere un senso del limite e una consapevolezza di precarietà.

Se non lo capiamo velocemente il rischio è che anche l’enorme pianeta Terra si possa trasformare, ben presto e per tutti i suoi abitanti, in un’inospitale isola di Pasqua.

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(1) Allo sbarco dei primi colonizzatori polinesiani, che i più recenti studi fanno risalire attorno al 800-900 d.C., l’Isola di Pasqua si doveva presentare come una immensa foresta di palme. Fino al 1200 d.C. la popolazione rimase numericamente modesta e sostanzialmente in equilibrio con le risorse naturali presenti. In seguito, però, nacque da parte degli abitanti la necessità di costruire i moai, il cui sistema di trasporto richiedeva notevoli quantità di legname. Cominciò pertanto un importante lavoro di disboscamento dell’isola che fu ulteriormente intensificato dopo il sensibile aumento della popolazione dovuto a nuovi sbarchi. Verso il 1400 d.C. la popolazione raggiunse i 15.000-20.000 abitanti e l’attività di abbattimento degli alberi conobbe il proprio massimo di intensità. La riduzione della risorsa forestale provocò un inasprimento dei rapporti sociali interni che sfociarono talora in violente guerre civili tra tribu. Tra il 1600 e il 1700 d.C., in alternativa al legno divenuto sempre più scarso, gli abitanti iniziano a utilizzare come combustibile anche erbe e cespugli. Le condizioni di vita sull’isola divennero pertanto proibitive per la poca popolazione rimasta, in gran parte decimata dagli scontri interni e dai flussi emigratori. Secondo i resoconti del primo occidentale a sbarcare sull’isola, Jakob Roggeveen, l’isola al tempo del suo arrivo si presentava brulla e priva di alberi ad alto fusto. A spiegazione della precoce perdita di alberi dell’isola, nonché della sparizione pressoché totale della fauna endemica, oggi si sono portate avanti anche ipotesi riguardanti la possibile responsabilità dei ratti del tipo polinesiano (Rattus exulans) che raggiunsero l’isola al seguito dei primi colonizzatori e che iniziarono a nutrirsi anche dei semi di palma, contribuendo sensibilmente all’estinzione degli alberi dell’isola (Fonte: Wikipedia).